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I GI SUI MEDIA

16 giugno 2006, Corriere del Mezzogiorno Napoli
Il Sud e il quarto capitalismo





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I convegni nazionali dei giovani imprenditori hanno uno strano destino. Pur costituendo delle occasioni per riflettere e discutere intorno alle tesi dei giovani, riassunte dal presidente di quel sodalizio nella sua relazione, i commentatori si soffermano invece sulle dichiarazioni degli autorevoli ospiti che vengono invitati. Uomini di governo, politici, accademici, giornalisti che, salvo qualche eccezione, dedicano quasi tutto il loro tempo al contingente, mandando in soffitta le novità che sono alla base di quegli incontri. Monopolizzando tra l'altro tutto lo spazio dei mass-media; cosa che induce anche i rappresentanti degli imprenditori senior, lo stesso presidente di Confindustria, a fare la stessa cosa.
Eppure, le tesi dei giovani imprenditori, sin da quando si volle dare dimensione nazionale al movimento e dignità di rappresentanza dello stesso, all'interno delle strutture confederali —era il 1970 — hanno sempre rappresentato un punto di riferimento, di indiscutibile valore, per il mondo politico, per le controparti sociali, ma soprattutto per la società in generale. E non perché i giovani abbiano delle qualità particolari, ma perché essi, coordinati da valenti e prestigiosi esperti, di volta in volta si pongono e quindi assolvono al difficile quanto affascinante compito di discutere di futuro, di guardare avanti e delineare nuovi orizzonti. Anche il recente convegno di Santa Margherita Ligure non ha fatto eccezione. I giovani hanno parlato di una «economia dell'uomo» e di «quarto capitalismo». E per farlo si sono ispirati a Leonardo da Vinci; una «simbiosi tra arte e tecnologia, che genera innovazione creativa»; così lo hanno definito. Richiamando tra l'altro, a proposito dell'innovazione necessaria ad un'Italia immersa nelle difficoltà, una sua celebre frase: «L'acqua che tocchi dei fiumi è l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene». Bellissimo!
I giovani sostengono che siamo nel bel mezzo di una «terza rivoluzione industriale». Il tempo attuale, dicono, è caratterizzato dal superamento delle teorie marxista e fordista e dall'avvento della «conciliazione tra l'economia e l'uomo». Non a caso Matteo Colaninno ha citato alcuni passi delle encicliche di Giovanni Paolo II. In sintesi, il nocciolo del ragionamento è questo. Avanza un nuovo modello di capitalismo, quello «personale». Il capitale intellettuale e le relazioni ne costituiscono la chiave. «Preponderante», anche rispetto al capitale finanziario e con i suoi immediati riflessi sui rapporti tra capitale e lavoro.
L'analisi che viene condotta, anche sulla scorta di una vasta e sofisticata letteratura, naturalmente è ampia, e vi sarebbe molto da riferire. Ma vi sono due punti che vale la pena richiamare. Il primo, dimenticare il «metodo Lisbona», dicono i giovani. Un'affermazione forte, che potrebbe agevolmente generare equivoci, se non chiaramente spiegata. E i giovani lo fanno. «L'idea illuministica di definire una mappa di obiettivi validi per tutti i paesi» non ha avuto fortuna. Per costruire un'economia della conoscenza meglio investire sulle potenzialità di ogni paese. Il che non significa abbandonare il grande sogno europeo, che proprio per questo va maggiormente perseguito oggi. «Quelli che tra venti o trent'anni non sapranno più chi erano Hitler e Stalin, di certo, non ne avranno la forza», è stato osservato, citando un'affermazione del premier lussemburghese Jean-Claude Juncker. Il secondo: «la competitivita» in termini di internazionalizzazione e di credibilità delle istituzioni.
Quarto capitalismo, sogno europeo e competitività, dunque. Tre sfide, una sola opportunità per il Mezzogiorno.





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