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3 febbraio 2008, Il Sole 24 Ore
«Abbiamo fatto riscoprire l'orgoglio di fare impresa»





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Dopo aver guidato per quasi tre anni i Giovani
imprenditori di Confindustria, Matteo Colaninno,
mantiene lo stesso entusiasmo che aveva all'inizio del mandato: «Anzi, se possibile ancora di più. Non provo alcuna nostalgia nel lasciare la presidenza, tra un paio di mesi. Mi sento pienamente realizzato grazie al fatto che la mia squadra ha superato gli obiettivi che avevamo all'inizio del nostro lavoro.
Sono stato eletto a rappresentare i Giovani imprenditori con un consenso unanime e sto terminando il mandato con una coesione e una forza maggiori perché tutti si sono sentiti gratificati da quello che abbiamo fatto. Siamo riusciti a ritrovare uno straordinario orgoglio di fare impresa».
È sabato pomeriggio e Colaninno, 37 anni, ha appena concluso le assise generali dei Giovani imprenditori di Confindustria, svoltesi a porte chiuse. L'appuntamento è stato animato da un intervento del leader degli industriali Luca Cordero di Montezemolo.
In questi tre giorni avete discusso il tema: «L'orgoglio e l'ambizione di fare impresa in Italia». Quali sono state le riflessioni emerse?
Queste assise, alle quali hanno preso parte 400 colleghi, sono state il momento nel quale abbiamo fatto il punto di un percorso triennale e del pensiero strutturale delle tesi sulle quali il nostro movimento ha lavorato negli ultimi tre anni.
Che tipo di consuntivo?
Avevamo iniziato parlando di «Generazione sviluppo», cioè con l'ambizione di voler essere le giovani leve artefici di un nuovo ciclo di crescita. Un'altra tappa chiave era stata la nostra ambizione di voler dare un contributo innovativo in chiave di family business.
Credete di esserci riusciti?
Abbiamo rivendicato il ruolo chiave dell'impresa come centro di interessi generali del Paese per trainare la crescita. Senza sviluppo non ci può essere benessere. Nei fatti abbiamo avuto l'ardire, se me lo consente, di voler dettare un'agenda per l'Italia che produce.
Mi sembra di capire che siete contenti del lavoro svolto. Avete discusso altri temi?
Parecchio tempo è stato dedicato all'economia dell'uomo, cioè alla produzione di capitale umano per generare il futuro. Non è solo un problema di responsabilità sociale. Abbiamo analizzato i casi dove le risorse umane hanno veramente fatto la differenza.
Ci può fare qualche esempio concreto?
Apple e Canon. Sono lo specchio di storie di successo eclatanti dove appunto l'uomo è stato in grado di fornire un valore aggiunto enorme. Ma la stessa cosa la troviamo alla Ferrari (il cui spirito di squadra vincente è stato ricordato dal presidente Montezemolo nelle sue conclusioni) e alla Fiat. Anche il caso Toyota è emblematico. L'azienda giapponese, che ha ormai conquistato il primato mondiale dell'auto, ha da decenni messo le infinite capacità delle risorse umane al centro della sua filosofia organizzativa.
Un modello che è stato premiante sul lungo periodo.
Assolutamente sì. Infatti non per niente il Toyotismo, insieme al World class manufacturing, è stato indicato dallo stesso amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, come un modello al quale ispirarsi. Insomma, dobbiamo avere il coraggio di dirlo: «È l'uomo che fa vincere l'impresa», non basta avere una buona finanza o un'eccellente tecnologia (anche se sono fattori importanti).
Nelle vostre assise avete avuto come ospiti sia manager e imprenditori di successo sia personaggi esterni al mondo produttivo. Che insegnamento ne avete tratto per la formazione della futura classe dirigente?
Particolarmente emozionante e profondo è stato, ad esempio, l'intervento di Joaquin Navarro Valls sulla visione del lavoro come realizzazione della persona umana. Con l'esortazione ad agire nell'interesse collettivo. Un invito che ha colpito nel segno, anche perché da sempre fa parte del nostro Dna. Fin dalla sua costituzione, più di quarant'anni fa, il movimento dei Giovani imprenditori di Confindustria non ha mai rinunciato a guardare oltre i cancelli della fabbrica. È un atteggiamento che si rinnova continuamente. Non rinunceremo mai a essere cittadini attivi nella polis, a fare politica nelle nostre strutture, ma lontano dai partiti.





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