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QUALEIMPRESA
 EDITORIALE
La nuova sfida del Capitalismo
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di Matteo Colaninno - Presidente Nazionale Giovani Imprenditori Confindustria
Il XXI secolo sarà “il tempo della riconciliazione” tra due sfere che per quattro secoli hanno viaggiato parallele: l’uomo e l’economia. Oggi, infatti, siamo di fronte a una rivoluzione epocale nel rapporto tra i fattori della produzione: dallo sfruttamento meccanico e “paritario” di capitale e lavoro - tipico del fordismo - stiamo passando all’esaltazione del fattore-uomo come elemento primo del successo di un’azienda. In un mondo sempre più globalizzato, dove la produzione di massa segue la regola della quantità, il futuro dello sviluppo economico è invece racchiuso nella qualità. Il capitale umano diventerà la risorsa più preziosa: non più inteso come semplice forza-lavoro, ma come un mix strategico e competitivo di unicità, creatività, esperienza e conoscenza. Le società avanzate stanno entrando in un nuovo modello di economia di mercato, il cosiddetto “capitalismo personale”, nel quale il capitale intellettuale e le relazioni assumono valore preponderante rispetto al capitale finanziario. Si tratta di una rivoluzione anticipata dalla dottrina sociale della Chiesa, che da decenni guarda all’impresa come il luogo nel quale trovano realizzazione le capacità dell’uomo. La centralità di questi elementi, del resto, è dimostrata anche dalla crescita di iscritti al Movimento dei Giovani Imprenditori, che fondano proprio sullo scambio interpersonale di esperienze e sulla forza delle relazioni il loro appeal associativo. Nell’economia della conoscenza, le imprese e i prodotti italiani hanno straordinarie potenzialità, che nascono dall’assimilazione del “brand Italia” - in tutto il mondo - ai concetti di qualità, identità esclusiva, gusto e ricercatezza. Il “nuovo made-in-Italy” è costituito, infatti, da prodotti e servizi unici, non riproducibili, che sfuggono alla “tenaglia” competitiva della globalizzazione perché rispecchiano le esigenze e i gusti di quella “nuova borghesia” che si sta affermando sui mercati del Far East. Ne è spia l’andamento della quota italiana del commercio mondiale che negli ultimi dieci anni è crollata in volume ma rimane stabile in valore: l’Italia produce meno, ma beni di qualità e di prezzo superiore. Nei prossimi anni, tuttavia, l’Italia può fare molto di più per valorizzare i suoi asset sul nuovo mercato globale della qualità. Puntare sulla centralità dell’uomo significa moltiplicare la capacità del sistema-Paese di “produrre” capitale umano qualificato, ma anche attrarre dal resto del mondo i talenti che possono portare più innovazione e creatività nelle nostre imprese. La riconciliazione tra economia e uomo implica, infine, la necessità di un nuovo ruolo dei sindacati, affinché da “controparti” si trasformino in protagonisti attivi dello sviluppo del Paese.
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