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QUALEIMPRESA
 NON HO L’ETÀ ... PER RINUNCIARE AL POTERE
L’Italia è malata di geriatrite!
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Domenico De Masi. “L’insieme degli adulti ha orchestrato una ‘congiura’ contro l’insieme dei giovani. Deprivandoli del sapere, del lavoro, della ricchezza e del potere”.
di Coletta Ballerini
La natura insegna che anche il più longevo dei volatili, l’aquila, può vivere fino a 70 anni purché, intorno alla quarantina, sia capace di prendere una decisione cruciale. A questa età, infatti, il suo becco e i suoi artigli sono così malandati che le diventa impossibile afferrare le prede. E le sue ali sono talmente appesantite dalle vecchie penne, che non le consentono di spiccare il volo. A questo punto, l’aquila ha due sole alternative: o si rassegna e si lascia morire o affronta un doloroso processo di rinnovamento per essere pronta a spiccare un nuovo volo. Con questa metafora, Domenico De Masi, Docente di Sociologia del Lavoro presso l’Università di Roma “La Sapienza”, ci spiega come in Italia, ma forse anche nel mondo intero, sarebbe necessario rinnovare dalle fondamenta l’organizzazione del lavoro e della vita, dando spazio “a chi ha l’età”. Lenta nel ricambio. Scarsamente internazionale. Maschilista. Forte nell’auto-legittimarsi attraverso il consenso piuttosto che attraverso i meriti e le competenze innovative. Ma, soprattutto, “vecchia”. Così viene dipinta la classe dirigente italiana. In sostanza, l’esatto contrario di come dovrebbe essere la classe dirigente di un Paese moderno. Lei cosa ne pensa? Venti anni di intenso studio, teorico ed empirico, della creatività mi hanno convinto che non esiste un’età specifica in cui si è più propensi all’innovazione e più capaci di crearla. Rimbaud ha esaurito la propria vena creativa prima dei venti anni e Rossini prima dei quaranta. Michelangelo, Tiziano e Picasso hanno conservato intatta la propria esuberanza creativa anche dopo gli ottanta anni. Vi sono settori, come la matematica e la musica, che ammettono la precocità. Ve ne sono altri, come l’architettura e l’organizzazione, che richiedono un impiego combinato di più discipline, maggiore esperienza e, quindi, un’età più avanzata. Una popolazione più adulta è anche una popolazione più saggia, più pacifica, più riflessiva. Perciò, dopo una certa età, si è più capaci di dare consigli che di metterli in pratica. Perciò si è più utili come consulenti che come organizzatori. L’Italia è un caso a parte. Non solo ha abolito il ricambio generazionale al punto che, se Ciampi fosse rimasto Presidente della Repubblica e Andreotti fosse diventato Presidente della Camera, le nostre due massime istituzioni statali sarebbero state gestite da due centenari. C’è molto di più: in Italia, l’insieme degli adulti ha orchestrato una vera e propria “congiura” contro l’insieme dei giovani, decidendo dolosamente di deprivarli del sapere: cioè dell’unica moneta in corso legale nella società postindustriale. Con il sapere, ovviamente, essi sono anche deprivati di lavoro, ricchezza e potere. Senza fare appello a questa “congiura”, non si può spiegare lo stato penoso in cui versa la nostra Università, grazie a una sequenza ininterrotta e trasversale di Ministri (Zecchino-Berlinguer-Moratti) decisamente inferiori alle attese culturali di un Paese che proprio sulla cultura deve puntare le carte migliori del suo futuro. Né si può spiegare altrimenti la totale indifferenza delle famiglie verso i disagi didattici e le carenze infrastrutturali cui sono condannati, senza colpa, i loro figli universitari. Dopo avere deprivato i giovani del sapere, ci si appella alla loro ignoranza professionale per deprivarli di potere. Il Parlamento che è stato eletto poche settimane fa è il più vecchio degli ultimi vent’anni. Sia in termini anagrafici che in termini sociologici. Dopo le tanto discusse “quote rosa”, lei crede sarebbe il caso di iniziare a parlare anche di “quote verdi”, per garantire l’entrata in Parlamento di qualche volto nuovo? Le indicazioni che ci vengono dalle statistiche dimostrano che, lasciato a se stesso, il nostro “mercato del potere” è un piano inclinato che privilegia sempre più i maschi anziani e dove, per una sorta di legge di Gresham, la moneta cattiva scaccia quella buona. Almeno per una diecina di anni, dunque, sarebbe necessario riequilibrare questa situazione con una doppia quotazione: il 50% degli eletti dovrebbe essere costituito obbligatoriamente da uomini e l’altro 50% da donne. Ciascuna di queste due quote, a sua volta, dovrebbe essere costituita almeno per metà da persone inferiori a 40 anni di età. L’Europa punta sugli “under”. E l’Italia? Perché rimane a guardare? Smith, saggiamente, diceva che non è dalla generosità del macellaio che dobbiamo aspettarci la nostra cena. Allo stesso modo, si può dire che non è dalla generosità dei potenti che dobbiamo aspettarci la ridistribuzione del potere. Chi possiede il potere non è mai propenso a mollarlo: per il semplice fatto che il potere piace più di tante altre cose. Ma quando il potere resta arroccato nelle mani di un vertice sempre più ristretto e possessivo, la colpa è del gruppo dominato non meno che del gruppo dominante. Oggi, i nostri giovani disoccupati tollerano supinamente leggi e condizioni che in Francia scatenerebbero le barricate. Altrettanto si può dire degli studenti universitari. Ma più deludente di tutte è la reazione delle donne al persistente strapotere degli uomini. Dopo un periodo magico di lotte femministe intransigenti e creative (anni Settanta), le donne si sono adagiate su pochissimi allori ottenuti e hanno perso di vista i molti che ancora restano appannaggio dei soli uomini. Sarebbe giusto che le donne stabilissero una data - tra dieci, cinquanta, cento anni, comunque una data precisa e inderogabile - entro la quale la parità deve essere raggiunta. Costi quel che costi. Parlare di rinnovamento della classe politica dirigente, così come di ricambio generazionale in tutti i livelli del sistema sociale (università, industrie, sistema sanitario) solleva sempre un coro di collettiva approvazione. Ma quando dalle parole si cerca di passare ai fatti, è tutta un'altra storia…Non trova? La tattica migliore per conservare il potere, rendendo supine le vittime, è quello di dare loro ragione sul piano teorico e contraddire i loro interessi sul piano pratico. Gli adulti, sia pure a livello inconscio, sanno bene che occorre ridistribuire il sapere, il potere, il lavoro e la ricchezza. Ma poi, nella realtà, i genitori lavorano dodici ore al giorno, mentre i figli restano completamente disoccupati. L’esperienza del nostro Paese dimostra che, oggi, chi ha un’età intorno ai 30 anni non ha diritto a sperare non solo di conquistare ruoli di responsabilità, ma neanche di entrare in quelle che un tempo erano le “palestre formative”. La domanda che nasce da questa considerazione, brutale e logica, è se davvero, per poter “fare”, i giovani italiani debbano andarsene dall’Italia. Qual è la situazione degli altri Paesi europei? E di quelli extra-europei? Tutte le Nazioni ricche si avviano verso la china che l’Italia ha precorso in modo suicida. Di gran lunga migliore mi sembra la situazione giovanile nei Paesi in via di sviluppo, dove la voglia di portare l’intera Nazione a livello sempre più avanzato nell’agone internazionale, fino a raggiungere e superare i Paesi di testa, è più vibrante e diffusa. Ho in mente gli occhi e l’entusiasmo degli studenti incontrati in Università come quella di Belem in Amazzonia o di Guiabà nel Mato Grosso. Sono gli stessi occhi che incontravo a Parigi, presso “l’Ecole des haute études”, quaranta anni fa e che incontravo all’Università di Napoli, trenta anni fa. Occhi ormai spenti dalla paura di non trovare lavoro, di restare esclusi per sempre dal sapere: cioè, dalla vita. In che modo è possibile, quindi, rinnovare le organizzazioni e il loro management? Quale tipo di formazione è più adeguata per porre le condizioni per il rinnovamento? Rispondo con una metafora. Ho letto da qualche parte che l’aquila è il più longevo dei volatili e può vivere fino a 70 anni purché, intorno alla quarantina, sia capace di prendere una decisione cruciale. A questa età, infatti, il suo becco e i suoi artigli sono così malandati che le diventa impossibile afferrare le prede. A loro volta, le sue ali sono talmente appesantite dalle vecchie penne, che non le consentono di spiccare il volo. A questo punto, l’aquila ha due sole alternative: o si rassegna e si lascia morire, o affronta un doloroso processo di rinnovamento che dura circa 150 giorni. Tale processo consiste nel rintanarsi in cima a una montagna e battere il becco contro la parete fino a consumarlo del tutto. Quando finalmente si sarà formato un nuovo becco, con questo le sarà possibile beccare le unghie dei suoi artigli fino a distruggerli. E quando finalmente saranno rinate anche le unghie, con queste potrà liberarsi delle vecchie penne. Solo così, dopo cinque mesi, sarà finalmente pronta a spiccare un nuovo volo, che le permetterà di vivere altri trenta anni. In Italia - ma forse nel mondo intero - occorre rinnovare dalle fondamenta l’organizzazione del lavoro e della vita, adeguandola alla nostra attuale società postindustriale che non ha nulla a che fare con quella vecchia società industriale dalla quale abbiamo mutuato regole organizzative che ieri furono preziose e che oggi sono controproducenti. Gerontocrazia. Nel 1976, solo il titolo di una canzone degli “Area”. Oggi, lo “status quo” nel nostro Paese, come ha sottolineato un articolo pubblicato su “Le Monde”, qualche settimana fa. Se l'Italia è il Paese più “vecchio” del mondo, non c'è da stupirsi se i suoi rappresentanti eletti ne siano il riflesso fedele. Ma perché chi “non ha più l’età per…” , in Italia, non riesce a rinunciare alla sua poltrona? E perché dovrebbe? Non solo la gerontocrazia non ha voglia di rinunziare ai privilegi connessi ai ruoli di comando, ma si è dato anche l’alibi per non rinunziarvi. Ha deprivato le giovani leve del sapere, distruggendo il sistema scolastico, dove un insegnante è ormai pagato meno di una colf. Dopo avere deprivato i giovani di ogni seria professionalità, ora si rifiuta di cedergli il potere con la scusa che essi non sono preparati adeguatamente. La cosa mi ricorda quel giovane che, dopo avere ammazzato i genitori, chiede clemenza al giudice perché orfano.
colettaballerini@comunicazione2000.com
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