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QUALEIMPRESA

NON HO L’ETÀ ...PER OCCUPARE UNA POLTRONA
Il Paese dell’eterna giovinezza
Qualeimpresa n. 5-6








In Italia, un trentenne in carriera è ancora un debuttante e un quarantenne, tutt’al più, un giovane emergente.

di Giuliano da Empoli
Direttore di Zero

I dati li abbiamo sentiti ripetere più di una volta. Primo: le elezioni politiche hanno visto contrapposti due settantenni, gli stessi di dieci anni fa; secondo: quello uscito dalle urne è il Parlamento più vecchio degli ultimi vent’anni (con gli over sessanta che passano, alla Camera, dal 16,8% della scorsa legislatura al 22,2% e, al Senato, dal 30,2% al 35,5%); terzo: al vertice dello Stato, un autorevole ottantaquattrenne ha appena preso il posto di un altrettanto autorevole ottantasettenne...
Si potrebbe andare avanti a lungo, ma il quadro d’insieme è già ben chiaro: l’Italia è il Paese dell’eterna giovinezza, dove un trentenne in carriera è ancora un debuttante e un quarantenne, tutt’al più, un “giovane emergente”. Non c’e’ da stupirsi, di conseguenza, che la nostra sia la classe dirigente anagraficamente più vecchia del mondo occidentale.Una classe politica non nasce dal nulla. Costituisce, al contrario, il riflesso puntuale della società alla quale appartiene. Spagna e Gran Bretagna non hanno semplicemente leader politici giovani. Sono Paesi che hanno messo da tempo l’accento sull’innovazione nel suo complesso; all’interno dei quali la valorizzazione delle generazioni più giovani non nasce da improbabili proclami giovanilistici, bensì da una necessità di fatto, dalla continua richiesta di idee e di pratiche innovative che proviene dalle aziende, dai media, dai centri di ricerca. In un contesto del genere, è naturale che a emergere siano leader giovani, in tutti gli ambiti sociali, inclusa la politica. Da noi, al contrario, una classe politica composta da trenta-quarantenni sarebbe un controsenso. Perché è la società nel suo insieme, e non certo la sola politica, a essere ripiegata su se stessa, paralizzata dalle rendite, concentrata sul passato assai più che sull’avvenire. È cosa buona e giusta, di conseguenza, che a governarla siano gerontocrati che rispecchiano fedelmente i valori dominanti.
È francamente infantile, poi, prendersela con il loro attaccamento al potere, con il fatto che non lascino spazio alle nuove leve. Ma quando mai si è vista una classe dirigente farsi da parte spontaneamente? Da che mondo è mondo, le classi dirigenti vengono fatte fuori, in modo più o meno cruento, dalle generazioni che vengono dopo di loro e che premono per conquistare il potere. In Italia, però, come ci ha ricordato ancora di recente Filippo Ceccarelli, l’ultimo consapevole ricambio generazionale risale al Patto di San Ginesio del 1969.
E allora vale la pena di osservare la questione da un altro punto di vista. Possibile che i trenta-quarantenni di oggi siano più fessi dei loro padri? No, dato che Carlo Cipolla ci ha insegnato che la percentuale di cretini è la stessa in tutti gli ambiti sociali, incluse le coorti anagrafiche.
La risposta, allora, forse va cercata altrove. Il fatto è che con la scomparsa dei partiti (ma anche di altri luoghi di aggregazione come le partecipazioni statali e le grandi aziende) che, sia pure con tutti i loro difetti, erano stati incubatori di classe dirigente, da noi ormai le elites si riproducono solo per partenogenesi: ogni padrino si sceglie uno o più figliocci che, se seguono le regole, saranno un giorno chiamati a succedergli. Il che non impedisce necessariamente un (lento) rinnovamento, ma lo subordina a un vincolo di appartenenza che crea legami verticali (padrino-figlioccio) più forti di quelli orizzontali (tra membri di una nuova classe dirigente). Singoli innovatori, di conseguenza, possono anche emergere di tanto in tanto, ma un vero e proprio ricambio generazionale risulta del tutto precluso.
Il problema, di conseguenza, non è tanto legato alla presenza o all’assenza di talenti all’interno di una generazione. Come è sempre accaduto, oggi in Italia, di giovani in gamba, che lavorano nelle retrovie e danno un contributo fondamentale allo sviluppo di aziende, giornali, istituzioni, ce ne sono un po’ dappertutto. Il problema è l’assenza di catalizzatori. Che fa sì che ognuno di loro resti una monade isolata, di fronte a un sistema che, nel suo complesso, continua a ricompensare l’appartenenza più dell’innovazione, e l’anzianità più del merito.
Da noi sono almeno tre i fattori ereditari che ostacolano il riconoscimento e la valorizzazione dei meriti individuali. In primo luogo, c’è una tradizione di familismo che ben conosciamo. In secondo luogo, due eredità culturali, quella cattolica e quella marxista, sono entrambe contrarie alla meritocrazia. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli. In modo analogo, il lavoratore che punta sulla carriera individuale si trasforma in un traditore della propria classe e va incontro all’ostracismo comunista. Dio e Marx saranno anche morti, ma è difficile immaginare che l’impatto di due culture così radicate si sia del tutto esaurito. Tanto più che se l’anti-meritocrazia ha radici molto profonde, sono stati meccanismi messi a punto in tempi recenti a istituzionalizzarla. Il contratto sociale implicito degli anni Sessanta si reggeva sulla coesistenza, all’interno di ciascuna unità produttiva, di lavoratori dalle capacità molto diversificate che venivano trattati allo stesso modo.
E però, qualche elemento di speranza esiste. Alla fine degli anni Novanta, la grande avventura della New Economy ha fatto emergere, insieme a tante ingenuità e a qualche truffa, anche il desiderio collettivo, estremamente forte nelle nuove generazioni, di un mondo del lavoro più innovativo e meritocratico. Quella tensione è, in parte, ricaduta. Ma non c’è alcun motivo di pensare che sia scomparsa per sempre.

giulianodaempoli@usa.net




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