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QUALEIMPRESA
 NON HO L’ETÀ ...PER LA CARRIERA
Non è mai troppo presto o troppo tardi per fare ciò che appassiona
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Quando si diventa vecchi? Quando non si ha più voglia di sperimentare e ci si fa prendere dalla routine. Si può essere vecchi a trenta e giovani a 70. L’invecchiamento è una questione intellettuale.
di Max Mizzau Perczel Gruppo Giovani Imprenditori Roma
Ogni mattina ascolto la radio mentre mi faccio la barba, di fretta come tutti. Questa notte ho dormito male, sono più lento del solito. Arrivo in ritardo all’appuntamento con la lametta di plastica e la schiuma, a programma radiofonico già iniziato. Una volta alla settimana mandano in onda un’inchiesta paese sulla situazione dei giovani e il lavoro. Visto il ritardo accumulato, non sono riuscito a sentire il nome della nazione della puntata di oggi. Finisco di radermi, pronto per il momento più piacevole, la crema al ciclamino sulle guance contro il fuoco del rasoio. Mille pensieri già mi frullano e assediano la testa sulle cose da fare nella giornata. Le notizie di sottofondo scorrono veloci, come i pensieri. Poi a un certo punto, per caso, un dato colpisce la mia attenzione distratta. “Nel 2020, tra meno di quindici anni, il rapporto tra over 65 e popolazione attiva che paga le tasse sarà del 40%. In pratica stiamo parlando del Paese più vecchio del mondo. Crescita zero, un figlio per famiglia. Un elettorato che tenderà a invecchiare sempre di più e politici che ascolteranno sempre meno le esigenze dei giovani. Un popolo di pensionati a cui sarà difficile pagare la pensione, i contributi per la sanità pubblica e gli altri servizi al cittadino, il debito pubblico”. “Il bello è”, continuava lo speaker con tono quasi tragicomico, vista la situazione descritta, “che questo scenario si fa ancora più difficile se pensiamo che già da anni la classe politica è guidata da over 60 che non mollano la poltrona e fanno taglia fuori. Si investe molto poco sull’orientamento dei giovani al lavoro, sull’occupazione per merito e inclinazioni, sull’innovazione, sul trasferimento tecnologico, sulle scuole tecniche e professionali, sul ritorno dei cervelli che migrano per necessità. Un ragazzo, una ragazza su due a pochi giorni dalla scadenza delle iscrizioni all’università non sa che facoltà scegliere. Solo due studenti su mille diventano ricercatori. Un giovane su tre non finisce la scuola dell’obbligo, ogni anno centomila adolescenti abbandonano la scuola per diventare cittadini di serie B e non esiste una scuola pubblica, una scuola dei mestieri della seconda opportunità. Circa il 60% degli under 30 occupati ha un contratto a tempo e fa un lavoro per necessità, non per passione ”. Dopo tutte queste belle informazioni infilate decido di spegnere. Vorrei evitare di iniziare la giornata con l’amaro in bocca e poi mi accorgo che sono in ritardissimo. Mi vesto di corsa, salto sul motorino. Intento a sfrecciare e schivare automobili e pedoni ripenso a quello che ho ascoltato. Per tirarmi su, tra me e me mi dico: “vedi c’è qualcuno che sta peggio di noi italiani. Basta lamentarsi, non se ne può più”. Arrivato in ufficio, incontro Giuseppe, un collega simpatico, che mi invita a prendere un caffè. “Ciao Giuseppe, come va? Sì, facciamoci un bel caffè, così ci tira su. Ci vuole dopo quello che ho sentito alla radio stamattina. “Che hai ascoltato?”, mi risponde incuriosito. “Sai quel programma interessante che fa il punto sulla situazione dei giovani e il lavoro nei vari Paesi?”. “Sì”, risponde Giuseppe, “pensa che coincidenza, questa mattina mi sono dimenticato i cd a casa e in macchina mentre venivo l’ho ascoltata anch’io”. “Che roba, non immaginavo fossimo messi così male”. “Come, fossimo? Io credevo si discutesse di un’altra nazione”. “Magari” risponde Giuseppe. In verità, questa cosa mi è successa un anno fa. Perché la racconto oggi? Perché grazie a questo banale episodio di vita quotidiana, e di altre piccole cose che possono far riflettere, ho deciso di intraprendere una ricerca alla scoperta della promessa di successo che c’è in noi. Volevo capire perché siamo in tanti a prendere fischi per fiaschi, a imboccare un percorso di studio che non sentiamo nostro, a fare per anni un lavoro che non soddisfa. Scoprire la ricetta sempre diversa che smaschera un talento, la via che può indicare a tutti la strada buona per cominciare o ricominciare. Ho cercato di capire gli ingredienti necessari per fare un mestiere che appassiona, che permetta di esprimere le proprie inclinazioni, potenzialità. Gli errori da non commettere, le cose da tenere da conto. Per intraprendere questo viaggio avventuroso e misterioso, di esperienza e apprendimento, ho chiesto aiuto e consiglio a persone molto diverse che stimo e ammiro. Attraverso la loro vita, storie di talento e passioni, testimonianze speciali, ho imparato moltissimo, ho trovato delle risposte, sono scaturiti dubbi e nuove domande. È come se avessi vissuto una parte della loro vita, incertezze, successi. I miei maestri sono stati: il padre della neuropsichiatria infantile professor Giovanni Bollea, gli imprenditori Flavio Briatore e Giuseppe Cornetto Bourlot, lo scrittore regista attore e manager Luciano De Crescenzo, il conduttore autore comico e avvocato Gene Gnocchi, l’attrice e scrittrice Luciana Littizzetto, il press agent Enrico Lucherini, il maestro di strada e candidato sindaco di Napoli Marco Rossi Doria, il professor Giovanni Sartori, l’ingegnere metallurgico modella e attrice russa Natasha Stefanenko, l’economista e accademico dei Lincei da poco scomparso Paolo Sylos Labini, il fotografo e creativo Oliviero Toscani, il procuratore Pier Luigi Vigna. Mi hanno accolto come uno di famiglia, mi hanno insegnato cose meravigliose che non si imparano sui libri di scuola, in azienda, in famiglia. Per questo gli sono assai grato e riconoscente. Dalle nostre lunghe conversazioni è nato un libro che è stato pubblicato recentemente. Sono tanti gli argomenti che mi hanno arricchito, insegnato qualcosa, portato delle idee. Come la relazione misteriosa, almeno per me, che esiste tra formazione, scoperta dei propri talenti e l’età. L’idea che mi sono fatto ascoltando e imparando dai miei speciali maestri di avventura è che non c’è regola. Ci sono però cose che possono aiutare scoprire per tempo le proprie passioni, a scegliere un mestiere che soddisfi e realizzi, a darsi più possibilità per essere felici. A non prendere il binario sbagliato. Più si è giovani più è facile essere aperti e permeabili a quello che ci circonda, che ci attrae. Non aspettare il momento giusto, non c’è. All’inizio è fatica, sudore, buio, solitudine, incertezza, impegno, determinazione. Gli anni volano, più passa il tempo più è complicato cambiare percorso. Già dall’adolescenza è fondamentale sperimentare esperienze lavorative diverse, anche piccoli lavoretti, stage, magari durante le lunghe vacanze estive che non tornano più. Avere curiosità. Cercare il confronto con persone amiche di diverse professioni, esperienze, idee. Dedicare molto tempo e attenzione a sondare, testare le proprie inclinazioni, verso cosa siamo attirati, cosa ci fa star bene, a prescindere dalle strade comode, da quello che ci dicono sui settori che assumono, sui mestieri che tirano, sulle aree di business più promettenti, su quello che piace agli altri. Prima di escludere a priori di seguire l’opera iniziata dai propri genitori, approfondire sperimentare non dare per scontato quello che ci viene donato non per merito nostro. Non lo prescrive il medico che dobbiamo fare l’università o un certo indirizzo di studi. La scelta di continuare a studiare è un momento determinante, condizionante. Avere dubbi. Il dubbio aiuta a sbagliare di meno, a non prendersi troppo sul serio, a cambiare facoltà, corso di specializzazione, lavoro, finché non troviamo quello in cui troviamo armonia, appagamento, energia. A tutti viene dato un pezzo di terra, piccolo o grande che sia, dove coltivare e far germogliare le proprie doti. Quello che manca a molti di noi è l’ispirazione, la determinazione, il coraggio, il cuore per avventurarsi in terreni sconosciuti, incolti, dove si è soli, dove serve molto sudore, tenacia, perseveranza, a volte incoscienza. Dopo i trenta crescono le responsabilità professionali e familiari, arriva il primo figlio, almeno così è successo a me. Tutte cose meravigliose che però per chi non ha ancora trovato la propria strada possono portare a tensioni interne, fatica, stress, incertezza. È importante affrontare le proprie insoddisfazioni, aspirazioni non realizzate con pazienza e costanza. Provare a svilupparle, canalizzarle anche in modo non convenzionale, con creatività e buona volontà, nei ritagli di tempo, come hobby. Poi si vedrà, se son rose fioriranno. Molti di noi, prima dei quaranta vivono e subiscono la cosiddetta crisi dantesca. Il momento del bilanci sulla propria vita, affetti, affermazione e successo lavorativo. I giudizi e cambi radicali, in momenti di forte stress, sono sempre pericolosi, meglio andare per piccoli scostamenti. Quando si diventa vecchi? Quando non si ha più voglia di sperimentare e ci si fa prendere dalla routine. Si può essere vecchi a trenta e giovani a 70. L’invecchiamento è una questione intellettuale.
perczel@virgilio.it
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