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QUALEIMPRESA

EDITORIALE
Lobby sì, lobby no?
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di Katia Da Ros - Direttore Qualeimpresa

Lobby, lobbisti, gruppi di pressione, gruppi di interesse…parole che hanno una accezione negativa per la maggior parte degli italiani.
Lobby e corruzione sono visti molto spesso come un binomio inscindibile e nell’immaginario collettivo richiamano la figura del faccendiere, dei traffici oscuri, dei favori ottenuti sottobanco, della persona camuffata che persegue “segretamente” interessi particolaristici, magari non confessabili.
In realtà la parola lobby è un termine “neutro” dal punto di vista valoriale.
Lobby è infatti quella attività di influenza che un gruppo di interesse pone in essere nei confronti dei decisori pubblici, per persuaderli delle proprie valutazioni, condizionarne le decisioni e soddisfare le proprie aspettative. Qualsiasi gruppo di persone può esercitare tale attività e solitamente ogni Governo, nel definire la propria agenda politica, decide quali istanze privilegiare, compiendo legittimamente delle scelte a vantaggio di alcuni e a svantaggio di altri.
A ben guardare, del resto, anche la nostra Associazione è una lobby: cura, infatti, gli interessi degli industriali italiani.
Ma, mentre in Paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dove tale attività ha una lunga tradizione, fare lobbying è del tutto legale (e ha un’accezione se non positiva almeno neutra nel comune sentire) e sono stati creati appositi albi di iscrizione, in Italia il lobbismo non è riconosciuto dalla legge, non è regolato, e il termine ha ancora oggi, probabilmente per scarsa cultura, una connotazione negativa.
Le lobby trasparenti sono in realtà linfa per la democrazia, a patto che siano regolate, chiare e che garantiscano eguali opportunità a soggetti diversi.
Se Washington è la sede di rappresentanza del lobbismo americano, Bruxelles è la città di migliaia di lobbisti europei e, se si considera che oggi più del 50% di tutta la legislazione dei 25 Paesi membri UE arriva da Bruxelles, se ne capiscono facilmente le ragioni. Si ritiene che ci siano più di 15.000 lobbisti che si dedicano a tempo pieno all’azione di influenzare le istituzioni europee, e di questi più del 70% operano per conto della grande impresa.
Il sistema Italia esprime, purtroppo, poca capacità di lobby in sede europea e questo è il frutto acerbo della esigua e male coordinata presenza degli italiani. Le ragioni sono sicuramente da ricercarsi nella breve storia di tale istituto nel nostro Paese, sviluppatosi negli ultimi anni grazie all’arrivo delle multinazionali, e nel nostro passato industriale, dominato da poche grandi famiglie capitalistiche e dalla rilevante presenza dello Stato nell’industria di base.
Ma le lobby servono o non servono? Sono “buone” o “cattive”?
Ne dibattiamo in questo numero con personaggi del mondo politico, con giornalisti e lobbisti di professione, con politologi ed esperti di relazioni internazionali.
Come scrive Giavazzi “le lobby fanno il loro mestiere. In un Paese in cui vi fosse concorrenza, come negli Stati Uniti, non fanno male a nessuno, si limitano a fare i loro interessi. Il problema quindi è introdurre più concorrenza, non regolamentare le lobby”.
Chiudo con un paradosso: forse i lobbisti avrebbero bisogno di un’attività di lobbying per “sdoganare” la loro attività anche in Italia!





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