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QUALEIMPRESA
 LE NUOVE LOBBY
La lobby dell’impresa
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“Ho la fortuna di fare lobby in una realtà come Confindustria che da sempre è la vera grande protagonista dello sviluppo economico dell’Italia. Ciò vuol dire, rappresentare gli interessi più profondi del Paese”. Maurizio Beretta, Direttore Generale di Confindustria.
di Coletta Ballerini
Sono più di 10.000 i lobbisti a Bruxelles. Decine di migliaia quelli a Washington. Numeri che confermano la presenza di rappresentanti di aziende, enti, associazioni e categorie, di fronte ai gradi più elevati della Pubblica Amministrazione. In Italia, invece, si combatte ancora per attribuire al termine “lobbista” l’accezione positiva che merita. Quella di una professione, non un mestiere, ancora oggi considerato ai margini della legalità. Superata l’immagine americana - e poco veritiera - del lobbista contraddistinto da tre B: bustarelle, bambole e bibite alcoliche, è nato e si è diffuso, anche nel nostro Paese, un nuovo modello di lobby, caratterizzato da tre C: comunicare, convincere e co-gestire le decisioni. Quella del lobbista è una funzione da esercitare nella trasparenza. Da svolgere nella direzione della semplificazione, della liberalizzazione e della concorrenza. Solo così è possibile concepire la lobby come settore dalle forti potenzialità occupazionali. Come reale strumento di democrazia compiuta. “E non a caso l’associazionismo, che in Italia ha avuto un notevole sviluppo, svolge un’importantissima attività di lobby”- ha dichiarato Maurizio Beretta, Direttore Generale di Confindustria. “Le grandi associazioni di rappresentanza hanno la capacità di dar voce ai corpi intermedi e alla società civile. È questa la vera chiave di volta: essere in maniera determinata e trasparente i rappresentanti delle ragioni dello sviluppo, della crescita e della modernizzazione del Paese”. Lei è considerato un esperto di lobby. Che cosa è per lei la lobby? È la capacità di presentare interessi costituiti in maniera trasparente e riuscire a coniugare questi interessi con quelli di carattere generale, in modo che i decisori li tengano nella dovuta considerazione. Compito del lobbista è, quindi, innescare questo circuito virtuoso. Lobby e corruzione. Un tempo, sembrava un binomio inscindibile. Oggi, soprattutto in altri Paesi europei, appare una relazione complessa che richiede preparazione e competenze e che può e deve essere svolta in assoluta trasparenza. Lei che ne pensa? Da sempre, anche nei Paesi che per primi hanno visto la nascita della lobby - penso agli Stati Uniti dove peraltro, e non da oggi, è fortemente regolamentata - quest’attività viene associata alle famose tre B: bustarelle, bambole e bibite alcoliche. È una visione caricaturale che ormai da molto tempo non corrisponde alla realtà. Certo, non si può negare che vi siano stati fenomeni degenerativi, ma come in qualunque altra attività. Il dato reale è che è cresciuta la trasparenza e vi è molto più controllo sociale sui processi decisionali. Quindi anche questa attività deve essere svolta con deontologia e contenuti professionali. Penso che la lobby avrà ancora più spazio in futuro, ma a condizione che sia, sempre di più, di aiuto ai decisori sul piano dei contenuti e per la verifica del consenso: non solo degli operatori economici ma anche dell’opinione pubblica in generale, rispetto alle scelte e alle riforme da mettere in campo. In Italia, che peso ha l’attività di lobbying nelle associazioni di rappresentanza? È una delle attività strategiche. E non a caso l’associazionismo, che in Italia ha avuto un grande sviluppo, svolge un’importantissima attività di lobby. Le grandi associazioni - come Confindustria o gli stessi Sindacati - sono in grado di fornire, approfondimenti, contenuti e ricerche e hanno una rappresentanza vasta che le caratterizza per essere espressione di interessi diffusi e trasparenti. Le associazioni di rappresentanza hanno, quindi, la capacità di dar voce ai corpi intermedi e alla società civile nei confronti della politica e dei partiti. In questo senso, svolgono l’importante funzione di riportare l’attenzione della politica sulla necessità di confrontarsi con i problemi concreti e con le esigenze della società moderna. Cosa vuole dire, oggi, rappresentare gli imprenditori e i loro interessi? E cosa è cambiato rispetto a dieci anni fa? Ovunque il terreno di gioco è diventato più complesso per dimensioni, per regole, per ambiti di intervento. Rispetto a dieci anni fa, per esempio, è aumentata l’importanza dell’Unione Europea nella definizione di molte regole. A ciò si aggiunge, per quanto riguarda l’Italia, una maggiore complessità dovuta ai processi di decentramento realizzati. Quindi, oggi fare lobby significa svolgere quest’attività su più livelli: locale, nazionale ed europeo e in molti casi anche mondiale, se si tiene conto del fenomeno della globalizzazione dell’economia che ha avuto, proprio negli ultimi anni, una forte accelerazione. In questo caso, i fattori e i livelli decisionali da considerare sono ancora maggiori: penso, per esempio, alle molte categorie che devono fare i conti con le trattative in seno al WTO o con la concorrenza sleale di Paesi molto lontani e molto diversi dal nostro. Quindi, il primo vero cambiamento è che oggi per fare una lobby efficace è necessario impostarla su più livelli. Il secondo elemento di cambiamento deriva dal fatto che, sempre di più, occorre tener conto contestualmente degli interessi particolari e di quelli generali. Siamo entrati in una società in cui il punto di riferimento è il cittadino-consumatore e quindi la lobby deve tener conto, nelle analisi e nelle proposte, dell’esigenza di avanzare soluzioni che compongano gli interessi specifici con quelli più generali. Il dibattito acceso di queste settimane sul tema delle liberalizzazioni è da questo punto di vista emblematico. Se in questo campo sono stati fatti passi in avanti, lo dobbiamo al fatto che si sta affermando nell’opinione pubblica la consapevolezza che l’apertura al mercato è positiva, non solo per le imprese e per la loro capacità di creare innovazione e concorrenza ma anche per il cittadino che da un mercato aperto in tutti i settori può ottenere più qualità e prezzi migliori. L’identità di gruppo costituisce la principale risorsa di una lobby, lo strumento essenziale per comunicare con l’esterno, un modo per creare occasioni di sinergia tra persone con interessi uguali o simili. In Confindustria, vengono applicate misure per generare “spirito di squadra”? Certamente. Questo tipo di cultura è parte della nostra tradizione e del nostro modo di lavorare. Ma il punto importante è la straordinaria forza dell’identità - e vorrei dire del marchio - di Confindustria che da decenni è la vera casa comune degli imprenditori italiani, delle grandi come delle piccole e medie imprese. Da qualche anno, assistiamo a una crescita associativa in settori diversi da quelli tradizionali e questo contribuisce a fare di Confindustria un’associazione capace di tenere al proprio interno realtà molto articolate che, in qualche caso, possono avere anche esigenze divergenti ma che condividono l’adesione ai grandi valori dell’economia di mercato, della libertà di intraprendere, della voglia di offrire prodotti e servizi innovativi. “Occorre abbandonare l’immagine americana, che disegna il lobbista come contraddistinto da tre B: bustarelle, bambole e bibite alcoliche. E contrapporgli un professionista caratterizzato da tre C: comunicare (spiegare velocemente e chiaramente alle istituzioni cosa si vuole), convincere (riuscire a generalizzare un interesse particolare), co-gestire le decisioni”. Mazzei, nel suo libro “Lobby della trasparenza”, descrive così il modello di lobbista. Qual è il suo? Come dicevo prima, è un’immagine superata che non ha più senso né in Europa, né negli Stati Uniti. Personalmente, ho la grande fortuna di fare lobby in una realtà come Confindustria che da sempre è la vera grande protagonista dello sviluppo economico - e non solo industriale - dell’Italia. Questo vuol dire, nei fatti, rappresentare gli interessi più profondi del Paese. Penso che questa sia la vera chiave di volta: essere in maniera determinata e trasparente i rappresentanti delle ragioni dello sviluppo, della crescita, della modernizzazione.
colettaballerini@comunicazione2000.com
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