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LE NUOVE LOBBY
Alla ricerca dell'Editore puro...perduto!
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Bruno Vespa. “Quanti capi delle redazioni economiche possono muoversi liberamente? Quante notizie vengono taciute da alcuni e ‘montate’ da altri?”.


di Cecilia Zarbo

Dall’editoria pura alla managerializzazione, all’inizio degli anni Ottanta. E da questa alla finanziarizzazione, negli anni Novanta. Il mercato dell’editoria ha attraversato diverse fasi di rinnovamento. Con conseguenti riflessi sulle strategie economiche e finanziarie delle lobby operanti nel settore.
Sono finite le idee o la libertà di esprimerle? Da almeno vent’anni, sembra che sia in corso, in Italia, una progressiva erosione degli spazi liberi di pensiero e di iniziativa economica, a misura individuale, nel contesto della produzione culturale.
L’idea perversa sottostante a tale processo consiste nel ritenere l’editoria niente di più di un settore commerciale, come tutti gli altri. Cosa che, invece, non è.
Non si pubblicano notizie, né si fanno libri per venderli. Nonostante, poi, li si venda e sia giusto che se ne tragga un profitto. Né si acquistano i giornali per “consumarli” come una coca-cola. Il loro premio va oltre l’orizzonte merceologico. La loro ricchezza non è immediatamente economica, proprio come la loro realtà sorpassa infinitamente quel poco di carta stampata che li veicola.
“Il lettore è il nostro unico riferimento” si scrive regolarmente negli indirizzi di saluto, quando un Direttore lascia in favore di un altro. Ma pare che ciò, purtroppo, non sia vero.
Nonostante in Italia il concetto di editoria “pura” sia sempre stato ai più fisiologicamente estraneo, diventa oggi davvero inammissibile il largo spazio concesso a quei tanti imprenditori interessati al giornalismo solo in termini di strumento di lobbying. Del resto, sono sempre più numerosi gli Amministratori Delegati che, dopo aver transitato per una casa editrice, difficilmente dimenticano quella parentesi. Come ha giustamente sottolineato Bruno Vespa, “l’editoria è una malattia che lascia il segno!”
C’è chi sostiene che gli editori “di mestiere” siano sempre meno numerosi. Forse perché i giornali si sono progressivamente trasformati in strumenti di potere e di controllo?
In Italia, un solo grande Gruppo Editoriale ha un “Editore puro”: Andrea Riffeser. Questo è molto allarmante. Nonostante i giornali bene amministrati facciano buoni profitti, essi servono soprattutto a tutelare gli interessi degli Editori che svolgono le loro attività principali in altri campi. Quanti capi delle redazioni economiche possono muoversi liberamente? Quante notizie vengono taciute da alcuni e “montate” da altri? “Il lettore è il nostro unico riferimento” si scrive regolarmente negli indirizzi di saluto, quando un Direttore lascia in favore di un altro. Ma questo, purtroppo, non è vero.
Sembra che, nel corso degli ultimi anni, l’editoria degli “editori protagonisti” (fondatori per lo più delle stesse case editrici che dirigevano) sia trapassata, per concentrazione omogeneizzante, all’“editoria senza editori”. Ovvero l’“editoria dei manager” che, con lo scopo dello sviluppo dei profitti, rischia la desertificazione delle passioni e della creatività. È corretto parlare, secondo lei, di una sorta di mutazione antropologica nelle case editrici?
Si dice che Arnoldo Mondadori e il vecchio Angelo Rizzoli non leggessero mai i libri che pubblicavano. Eppure sono stati grandissimi editori. Oggi, non c’è più gente come loro, che annusa un libro o un autore e decide infallibilmente. Ma non è affatto detto che un bravo manager non possa dirigere una grande casa editrice con autentica passione. Gli Amministratori Delegati che transitano per una casa editrice e la lasciano per incarichi di maggior prestigio, difficilmente dimenticano quella parentesi: l’editoria è una malattia che lascia il segno.
Crede che nel nostro Paese siano assenti gli editori “puri”, slegati cioè da interessi economico-politici e perciò concentrati solo sulla qualità del prodotto? E pensa che questo dato potrebbe influenzare non solo il rapporto dell’Editore verso il Direttore, ma anche i vari giornalisti, stimolati e alla fine magari “interessati” a bussare alle porte del “Grande Capo” di turno?
Alla direzione dei quotidiani vengono chiamati spesso Direttori che hanno esperienza economica. Un professionista di valore sa che la sua immagine è legata alla qualità del giornale e per questo cercherà di lavorare al meglio. Ma non c’è dubbio che dovrà tener d’occhio anche gli interessi dell’Editore in altri campi. Accade, talvolta, che un quotidiano abbia due linee politiche: una nazionale e una locale. Quest’ultima serve a lubrificare il rapporto tra Editore e Sindaco della città in cui si stampa il giornale. Perché altri interessi vengano tutelati. Quando un Editore ha interessi estranei al giornale, il Direttore dovrà guardarsi da colleghi troppo volenterosi e disponibili a fare i primi della classe, soffiando direttamente al “padrone” notizie di suo gradimento.

ceciliazarbo@comunicazione2000.com




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