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LE NUOVE LOBBY
Un lobbista a Bruxelles
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Alessandro Profili. “J.F. Kennedy diceva che un buon lobbista è chi è capace di spiegare in dieci minuti, lasciando un solo pezzo di carta, quello che al suo staff richiede una settimana di tempo e una montagna di documentazione”.


di Silvia Guerrieri

Professionalità, chiarezza, rispetto dei “tempi giusti” di azione. Tre presupposti imprescindibili per chi vuol fare lobbying. Un’attività oggi rivalutata e inflazionata, ma che in realtà ha una sua storia che ci riporta agli Stati Uniti di fine ‘800.
Non facile da “tradurre” e sintetizzare, l’attività di lobbying si può definire, in chiave moderna, un mezzo di rappresentanza politica di interessi economici palesi e organizzati. Da Washington, sede di rappresentanza del lobbismo americano, a Bruxelles, sede europea oramai obbligata anche per i “gruppi di interesse” nazionali. Chi ruota in questo ambito e tiene alla sua credibilità, deve prendere comprensibilmente le debite distanze da qualsiasi forma di pressione che non rispetti regole, procedure e una trasparente deontologia professionale.
Questo, in sintesi, il punto di vista di Alessandro Profili, manager di lungo corso in multinazionali quali Honeywel ed Exxon nel ruolo di Director Communication and Public Affairs e attualmente Responsabile delle Relazioni Istituzionali del colosso dell’alluminio “Alcoa”.
Il termine “lobby”, soprattutto in tempi recenti, è molto inflazionato. Spesso abusato. O peggio ancora, evocato a sproposito. In un ambito particolare come quello dell’alluminio, in cui opera la “Alcoa Europe”, leader mondiale del settore, chi sono e come vengono classificati i lobbisti?
Vorrei innanzitutto chiarire l’origine della parola lobby. Non ha nessun nesso con il termine “loggia”, ma deriva semplicemente dal nome che si dà alla grande sala d’accesso, come quella presente nei grandi alberghi. Storicamente, era nel lobby del Congresso americano che i primi lobbisti intercettavano i membri stessi del congresso e, in piena trasparenza, li interpellavano.
Rispondo alla sua domanda dal mio punto di vista, risiedendo ora a Bruxelles. Qui, nell’ambito delle istituzioni europee, si determinano le leggi e i regolamenti che poi verranno applicati nella legislazione nazionale. Oramai, il 70% delle leggi provengono da Bruxelles ed è, quindi, qui che bisogna essere presenti. Si dice che ci sono più lobbisti a Bruxelles che a Washington: circa diecimila e di tanti tipi diversi.
Naturalmente, sono presenti alcuni rappresentanti di singole aziende, come me. Ma siamo una minoranza.
I grandi numeri sono soprattutto presenti nelle associazioni di categoria. Nel nostro caso, c’è Eurometaux che difende gli interessi di tutta l’industria dei metalli non ferrosi. Rappresentanze nazionali, come per esempio Confindustria, hanno i loro uffici e i loro esperti. Non bisogna, poi, dimenticare che anche le organizzazioni ambientaliste, sindacali, dei consumatori e di ogni altra categoria hanno i loro lobbisti. Tanto per fare un esempio, il WWF ha una sessantina di persone nel suo ufficio di Bruxelles.
Esistono, inoltre, numerosi studi specializzati che, usando la terminologia anglo-sassone, si occupano di Public Affairs. Ovvero, non solo il monitoraggio delle attività delle istituzioni, ma anche l’analisi e la preparazione di campagne di informazione e sensibilizzazione. Molti studi di avvocati, specializzati in diritto comunitario, stanno estendendo le loro attività per occuparsi anche di lobbying. Infine, ci sono i think tank, centri di studi e analisi che - sul modello americano - riuniscono studiosi, ricercatori, ex-funzionari delle varie amministrazioni e rappresentanti del mondo degli affari. Essi hanno il vantaggio di non lavorare sotto pressione e di poter prendere il tempo necessario per fare una buona operazione. Gli studi pubblicati da questi think tank sono spesso di grande utilità e vengono usati per valutare le problematiche più complesse.
Quali ritiene siano i presupposti fondamentali che devono orientare l’operato di un corretto “gruppo di interesse”? È sufficiente una trasparente deontologia professionale?Sicuramente, è già un buon inizio! Ma insisterei soprattutto sulla trasparenza.
Quando mi presento a un funzionario o a un parlamentare, è chiaro che parlo a nome di un’azienda o di un settore del quale difendo gli interessi. Non ci può essere alcun dubbio che le informazioni che fornisco siano di parte, ma se non fossero esatte, non sarebbero di nessuna utilità. Lo stesso non si può sempre dire di altri gruppi di interesse che non hanno legittimità. Un albo, che indichi chiaramente a nome di chi si parla e da chi si viene finanziati, è uno degli elementi fondamentali per una professione che si rispetti. Questo è uno dei fattori più importanti della riforma che il Commissario Kallas sta portando avanti e che speriamo dia regole valide per tutti.
Spesso si riconduce la scarsa credibilità e inefficacia nel condurre azioni di lobbying, da parte delle aziende del nostro Paese, alla mancata osservanza delle regole, dei tempi e dei modi. Sembra che l’attività di lobbying “all’italiana” non segua prassi e modelli riconosciuti e adottati a livello comunitario. Lei cosa ne pensa?
Purtroppo è vero. In Italia, si chiede al lobbista “chi conosci?”, partendo dal presupposto che solo attraverso le conoscenze si possa essere ascoltati. A Bruxelles, conta sapere chi è responsabile del dossier e in quale fase del processo decisionale ci si trovi. I funzionari cambiano, ma sono tutti ugualmente accessibili e desiderosi di conoscere i vari punti di vista. Naturalmente, si devono presentare elementi utili.
Chi cerca soltanto di carpire informazioni o protestare, si troverà presto con una cattiva reputazione e le porte inizieranno a “chiudersi”.
Conoscere i “tempi giusti” è un altro elemento fondamentale di successo. Bisogna giocare d’anticipo, fornire informazioni nella fase di elaborazione dei testi. Perché potrebbe già essere troppo tardi, una volta che le pratiche hanno iniziato il lungo iter dell’approvazione.
I tempi li stabiliscono le istituzioni e vanno rispettati. Devo ammettere che noi italiani non brilliamo per la tempestività dei nostri interventi e abbiamo la tendenza ad aspettare l’ultimo minuto.
Nel comparto dei produttori dell’alluminio dove lei opera, non risulta rappresentata nessuna entità di “lobby” italiana a Bruxelles. Esistono, invece, molti italiani che svolgono in modo eccellente il loro lavoro di lobbisti presso organizzazioni e uffici stranieri. Perché?
In realtà, non funziona proprio così. Ci sono molte associazioni di settore e di categoria che rappresentano i diversi interessi. Ogni azienda o sub-settore non deve essere necessariamente presente in prima persona. Occorre, però, essere ben rappresentati e seguire attentamente quello che fanno le associazioni e partecipare alle loro attività.
Ci sono molti funzionari bravissimi e lobbisti italiani, che non hanno niente da invidiare alle altre nazioni. Certo è che per iniziare a svolgere queste professioni, occorre una buona padronanza delle lingue: più se ne conoscono, meglio è!
Inoltre, manca una vera tradizione in questo campo e apposite scuole e istituti che diano la formazione necessaria, anche se ora si iniziano a vedere le prime iniziative pure in Italia.
J.F. Kennedy diceva che un buon lobbista è chi è capace di spiegare in dieci minuti, lasciando un solo pezzo di carta, quello che al suo staff richiede una settimana di tempo e una montagna di documentazione.
In sintesi, le doti necessarie per un buon lobbista sono: concisione, chiarezza e tanta professionalità.

silviaguerrieri@comunicazione2000.com




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