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TESI GI
L’ECONOMIA DELL’UOMO La rinascita dell’Italia nell’era del quarto capitalismo
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Santa Margherita Ligure, 9-10 giugno 2006


Relazione del Presidente Matteo Colaninno


Cari amici,
“l’acqua che tocchi de’ fiumi è l'ultima di quella che andò e la prima di quella che viene” amava ricordare Leonardo da Vinci.
È forse l’immagine più vivida di un’Italia immersa nelle difficoltà del presente, che tuttavia può trovare nel suo “genio” - celebrato dalla storia dell’umanità - le potenzialità per inventare un futuro diverso. Un futuro vincente, che affronti la complessità - dettata dal mercato globale e dall’esplosione in Oriente della “terza rivoluzione industriale” - trasformandola nella chiave per re-inventare un ruolo-Paese da player planetario.
È una missione che la Generazione Sviluppo sta facendo propria. Inseguendo il modello di Leonardo da Vinci, il primo vero scienziato interdisciplinare, che gestì la complessità e ne fece la leva per superare le anguste frontiere della conoscenza umana.
Sapendo che complessità significa, anzitutto, annullamento del concetto tradizionale di “tempo economico”: è sempre minore l’affidabilità dei cicli temporali - dalle congiunture macroeconomiche ai periodi di vita del prodotto - mentre trionfa la forza irrazionale dell’imprevedibile.

Economia e uomo: il XXI secolo sarà il “tempo della conciliazione”
L’economia della conoscenza sta producendo una rivoluzione nel rapporto tra i fattori produttivi. Dallo sfruttamento meccanico e “paritario” di capitale e lavoro, tipico della fabbrica, stiamo passando all’esaltazione del fattore-uomo come elemento primo del successo di un’azienda e di un prodotto.
Dopo quattro secoli, economia e uomo - divisi dalla teoria marxista e dal fordismo - tendono a ricongiungersi, grazie al primato del capitale umano nei processi economici. Il XXI secolo, dunque, sarà il “tempo della conciliazione” tra Economia e Uomo: è una rivoluzione che sta nascendo dalla rapida evoluzione da una dimensione puramente quantitativa dell’economia e della produzione ad una dimensione qualitativa.
Ne è spia evidente l’andamento della quota italiana del commercio mondiale negli ultimi dieci anni: è crollata in volume, ma rimane sostanzialmente stabile in valore. Negli ultimi dieci anni l’Italia ha prodotto meno, ma beni di qualità e di prezzo superiore.
Nelle economie e nelle società avanzate, dunque, l’uomo è già e sarà sempre più la chiave dello sviluppo economico, dell’innovazione, della capacità competitiva, sia a livello della singola azienda che di sistema-Paese. Si sta pienamente realizzando oggi la “profezia” che ispirò quarant’anni fa il Concilio Vaticano II: “l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale”. In questa visione, obiettivo dell’impresa è la produzione del profitto, ma anche l’esistenza e la continuità dell’impresa come comunità di uomini, che costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società.
La centralità dell’uomo determina nelle società avanzate un nuovo modello di capitalismo, il “capitalismo personale”: i suoi elementi-chiave sono il capitale intellettuale e le relazioni, che assumono valore preponderante rispetto al capitale finanziario. È la stessa “filosofia di base” su cui si fonda il nostro Movimento: non è casuale, quindi, la continua crescita di iscritti ai Giovani Imprenditori - in particolare di prima generazione - che nasce proprio dal bisogno di relazioni e di crescita personale.

Il “miracolo” del mercato globale e la nuova vocazione italiana
“Dobbiamo constatare che il mondo non è mai stato così bene” ha dichiarato il capo economista dell’FMI Rajan, in occasione dell’assise del Fondo Monetario di fine aprile.
Per il nostro Paese e per il complesso dei Paesi avanzati, la globalizzazione non è soltanto un fenomeno ostile. Da essa è nato infatti il “miracolo” di un pianeta in cui tutte le aree crescono contemporaneamente, partecipando alla competizione dello sviluppo e della diffusione del benessere, grazie alla re-distribuzione della produzione su scala mondiale.
In questo nuovo pianeta non esistono più “destini” diversi per gli uomini: oggi chi nasce ad Est non ha chances minori di chi è nato ad Ovest del mondo. Perfino alcuni Stati dell’Africa sub-sahariana, nel 2006, faranno registrare tassi di crescita del Pil pari al 6 per cento.
Ciò che è mancata finora è una interpretazione italiana del mercato globale: la definizione di un nuovo ruolo per l’Italia, nell’ambito della “terza rivoluzione industriale”, fondato sulla centralità dell’uomo.
Il capitalismo avanzato, infatti, non si basa più esclusivamente sullo scambio di merci, ma anche sulla riproduzione di esperienze e di emozioni, sul valore economico dell’immateriale e della creatività. Vincono nel mondo le produzioni che puntano su fattori non riproducibili e non trasferibili, ai quali si riesce ad applicare capacità tecnologica. È il “modello Leonardo”, che non a caso abbiamo voluto richiamare nell’immagine-simbolo del Convegno: la simbiosi tra arte e tecnologia, che genera innovazione creativa.
Nell’economia delle emozioni e delle esperienze, l’Italia ha un forte vantaggio competitivo, in virtù del set di valori che al “brand Italia” i consumatori di tutto il mondo associano. Nonostante la crisi che ha colpito l’Italia a partire dagli anni ‘90, è impensabile considerare credibili le classifiche internazionali sulla competitività – come quella del World Economic Forum – che collocano il nostro Paese dopo il Botswana. Analizzando i fattori decisivi per lo sviluppo delle economie avanzate nei prossimi anni, si potrebbe piuttosto rovesciare la “parabola del declino”: l’Italia è meglio attrezzata per affrontare e vincere le sfide dell’età post-industriale, di quanto non lo sia stata - nel Novecento - a diventare potenza industriale.

Il grande paradosso: l’Italia “provinciale” in un mondo globale
Eppure oggi l’Italia occupa una posizione di forte marginalità nella mappa globale degli investimenti, rispetto ai principali partner europei. Il nostro Paese è troppo “provinciale” e poco internazionalizzato nel confronto con gli altri sistemi avanzati: non attrae le imprese straniere né i capitali che cercano la migliore allocazione sui mercati del mondo, non accoglie quella “classe creativa” che cerca il luogo migliore del pianeta per esprimere innovazione e creatività, non aiuta le nostre imprese a intercettare la domanda di beni di qualità che si è sviluppata sui mercati dell’Estremo Oriente.
Il provincialismo dell’Italia nel mercato globale è un “controsenso della storia” e, al tempo stesso, un grande paradosso. Perché nei prossimi anni sui mercati internazionali si scambieranno merci e insieme appeal emotivo, gusto, novità, servizi. È un mondo nel quale il made in Italy ha straordinarie potenzialità.

Il futuro del made in Italy: dalla quantità alla qualità
Il passaggio dalla dimensione della quantità a quella della qualità è un fenomeno irreversibile, che non riguarda soltanto l’Italia ma l’intero Occidente, non coinvolge solo l’ambito produttivo ma investe trasversalmente l’identità italiana. È un fenomeno che ha la sua origine prima, peraltro, nella “rivoluzione demografica”: dal 1970 al 2000 l’Italia ha perso oltre il 50% della sua quota di popolazione mondiale.
Come scriveva Giovanni Paolo II nell’enciclica Centesimus Annus, “oggi il problema non è solo quello di offrire all’uomo una quantità di beni sufficienti, ma è quello di rispondere ad una domanda di qualità: qualità delle merci da produrre e da consumare, qualità dei servizi di cui usufruire, qualità dell'ambiente e della vita in generale”.
Cambiare “dimensione produttiva” vuol dire re-interpretare il tradizionale punto di forza del nostro tessuto produttivo. L’Italia è stata finora leader mondiale nell’innovazione di prodotto, non basata su ricerca e sviluppo: nessun Paese avanzato è riuscito a generare volumi così imponenti di innovazione, senza investire in modo consistente in ricerca e sviluppo.
Per rilanciare la competitività delle nostre imprese, dovremo compiere nei prossimi anni due scelte strategiche.
L’Italia può e deve diventare leader nel “terziario evoluto”, puntando sui servizi ad alto valore aggiunto e facendo fruttare con investimenti adeguati le sue straordinarie potenzialità naturali nel settore della logistica.
Ma - come ha ricordato il Presidente del Consiglio Prodi di fronte all’Assemblea di Confindustria - l’industria deve rimanere al centro del modello di sviluppo italiano. Lo abbiamo detto con forza, un anno fa, da questo stesso palco: le sorti del nostro sistema produttivo sono legate alla capacità manifatturiera delle nostre imprese familiari, modello di successo riconosciuto e studiato in tutto il mondo nel XX secolo e fondamento primo del fare impresa in Italia nel XXI secolo.
Rimanere competitivi implica, però, scelte coraggiose sulla base del “modello tedesco”: forte de-localizzazione delle produzioni a bassissimo valore aggiunto, aumento delle ore lavorate mediante il rafforzamento della contrattazione aziendale, apertura dell’azionariato delle medie e piccole imprese familiari al private equity per aumentare la fluidità dei capitali investiti.
Inoltre è necessario innovare il modello classico del distretto industriale, puntano su aggregazioni che consentano alle piccole imprese di “crescere in rete”, mantenendo i vantaggi delle piccole dimensioni: dall’alta capacità di innovazione all’elasticità produttiva, dalla snellezza burocratica alla fluidità dei rapporti di lavoro.

L’anno della svolta
Sono scelte decisive, da compiere rapidamente per non perdere la “grande occasione” offerta dalla congiuntura internazionale. Il 2006 è infatti per l’economia italiana l’anno della “svolta”, dell’inversione di rotta dopo anni di stagnazione, della riconquista della fiducia da parte dell’impresa manifatturiera. Si moltiplicano i segnali di vitalità di quell’industria italiana, che in molti avevano dato per morta nella congerie della crisi di competitività dei primi anni Duemila.
Da una recente indagine di Mediobanca emerge che - dopo il crollo della seconda metà degli anni ’90 - nel periodo 2000-2005 la crescita dell’export italiano è stata superiore a quella di Francia e Gran Bretagna. È un dato incoraggiante, perché indica la riscossa del ”quarto capitalismo” italiano, fondato sulle medie imprese manifatturiere nate, in prevalenza, nei distretti industriali ma capaci negli ultimi dieci anni di trasformarsi in vere e proprie “multinazionali familiari”, facendo dei prodotti di qualità la loro arma vincente. È nata così una “via italiana” alla corporate governance, al rapporto azionista-management e alla crescita dimensionale.
Di fronte alla rinascita dell’impresa italiana, l’anno della svolta rappresenta una straordinaria opportunità che il nuovo Governo è chiamato a non lasciarsi sfuggire. Non è pensabile in questo contesto una “politica dei due tempi”, che anteponga il risanamento - pur necessario - dei conti pubblici alle misure per lo sviluppo. In realtà, l’uno è condizione dell’altra.
Come abbiamo affermato con forza a Capri, la tutela e la stabilità dei conti pubblici rappresentano un “bene primario” per il Paese e per i suoi imprenditori. Senza interventi drastici sul debito pubblico, un nuovo ingente flusso di risorse continuerà a essere messo - anche nei prossimi anni - al servizio del risanamento della finanza pubblica, anche nella prospettiva dei tassi d’interesse crescenti, e quindi sottratto alle politiche per lo sviluppo dell’economia italiana.
Ma è urgente investire sulla ripresa italiana e sull’espansione della domanda mondiale. Dopo lunghi periodi di incertezza e di scarsa coerenza nelle politiche fiscali, gli imprenditori italiani hanno bisogno di segnali positivi – forti e non contraddittori – che rafforzino la fiducia nel futuro e diano una spinta adeguata agli investimenti nel nostro Paese.
Dobbiamo abbandonare ogni tentazione di agire sul versante dei consumi, concentrando le poche risorse disponibili per rendere più competitiva l’offerta produttiva. Ci aspettiamo che il taglio di cinque punti del cuneo contributivo e fiscale sulle retribuzioni sia realizzato entro l’anno e, soprattutto, che non esaurisca l’ambito delle misure adottate dal Governo a favore delle imprese.
Sono ugualmente importanti e urgenti due riforme “a costo zero”, necessarie per liberare energie private e rendere l’ambiente-Italia più favorevole all’impresa. È necessario riprendere con forza la politica delle liberalizzazioni, che era stata avviata proprio dal primo governo Prodi, aprendo spazi reali di competizione e di iniziativa imprenditoriale nell’ambito dei servizi pubblici locali, dei servizi a rete, delle professioni.
La vera emergenza italiana è però – agli occhi degli investitori internazionali – il pessimo funzionamento della giustizia civile e amministrativa, incapace di garantire un “quadro minimo” di certezze giuridiche per chi voglia impiegare i propri capitali in Italia.
Ma sostenere la competitività delle imprese italiane oggi significa, soprattutto, promuoverne l'internazionalizzazione nelle aree del mondo che stanno trainando lo sviluppo planetario. Sarà centrale nei prossimi anni il ruolo della nostra politica estera, che dovrà rilanciare l’immagine dell’Italia e creare le condizioni più favorevoli per affermare la nostra vocazione produttiva, aprendo la strada ad una “nuova cittadinanza” degli imprenditori italiani nel mondo.
Sarebbe un errore, peraltro, legare la diplomazia italiana ad una concezione puramente “mercantilista”. Come Giovani Imprenditori, siamo convinti che la sua missione di fondo sia quella di “moltiplicatore di opportunità”: non solo in funzione di promozione dell'export, ma anche di attrazione degli investimenti e dei talenti, di cui l’Italia ha un evidente bisogno.

Dimenticare il “metodo Lisbona”
Ma non c’è strategia politica di sviluppo duraturo che possa ignorare la crisi di identità, di credibilità e di vocazione dell’Unione Europea: una crisi che può essere risolta soltanto trasformando l’Unione in driver di sviluppo e di innovazione dei Paesi del Vecchio Continente.
Per farlo è necessario, tuttavia, dimenticare il “metodo Lisbona”. L’idea illuministica di definire una mappa di obiettivi validi per tutti i Paesi – a prescindere dalle condizioni di partenza – non ha avuto successo nella realtà, proprio perché rappresentava un abito unico che mal si adattava alle diverse fisionomie degli Stati membri.
Abbandonare il “metodo Lisbona”, dunque, vuol dire investire sulle potenzialità specifiche di ogni Paese, “specializzando” la strategia e le azioni utili - a livello nazionale - a costruire un’economia della conoscenza.
Questo non vuol dire, però, abbandonare il grande sogno europeo. “Se la nostra generazione non riuscirà a rendere irreversibile l’integrazione europea, quelli che tra venti o trent’anni non sapranno più chi erano Hitler e Stalin, di certo non ne avranno la forza” ha affermato il premier lussemburghese Jean Claude Juncker.
L’Italia può e deve farsi carico di un rilancio della costruzione europea. Non solo per motivi ideali, ma perché ancor oggi il suo interesse nazionale coincide – più che quello di ogni altra potenza continentale – con quello comunitario.
Ma se vorrà riconquistare la fiducia dei cittadini e degli operatori economici, l’Unione dovrà abbandonare l’immagine e la sostanza di “ministero d’Europa” - concentrando i suoi sforzi anzitutto nella semplificazione burocratica e legislativa - per trasformarsi nel primo driver di sviluppo e di innovazione dei nostri territori.
L’Unione Europea può fare molto per rilanciare la competitività, affrontando i due grandi gap che possono essere colmati solo a livello sopranazionale: dare impulso alla costruzione delle reti di infrastrutture fisiche e digitali, e creare un mercato unico dell’energia.

I sindacati: dalla difesa dell’egualitarismo a quella del merito
Se vogliamo che l’Italia abbia un futuro industriale, non possiamo rinunciare alla capacità di dialogo tra imprese e sindacati - come ha chiarito nei giorni scorsi il Presidente di Confindustria - né alla volontà di entrambe i soggetti di rinunciare a qualcosa oggi, per costruire un futuro di sviluppo.
Ma quale ruolo vorranno giocare i sindacati nel rilancio dell’economia e del sistema produttivo italiano? Si limiteranno a gestire la loro straordinaria “rendita” di posizione - il patrimonio di iscritti e di funzioni accumulate nei decenni - o cercheranno di interpretare i nuovi bisogni dei lavoratori e di inserirli nel contesto della “terza rivoluzione industriale”?
L’Italia avrà bisogno nei prossimi anni di sindacati che vincano la tentazione di difendere l’esistente, avendo il coraggio di partecipare come protagonisti al profondo processo di innovazione e di trasformazione del nostro tessuto produttivo. È un ruolo che affonda le sue radici nella stessa etimologia della competizione imprenditoriale, che ne svela il significato più profondo: cum-petere, ossia cercare insieme - imprenditori e lavoratori - le soluzioni più adeguate per rispondere efficacemente ai bisogni che man mano emergono.
Combattere l’insicurezza e la precarietà, moltiplicare le opportunità individuali sarà possibile solo a patto di promuovere insieme una “rivoluzione culturale”, su cui chiediamo ai sindacati decisi passi avanti rispetto al passato.
Una rivoluzione che parta da un presupposto di base: è finita l’era dell’egualitarismo, è iniziata l’era del merito. Negli ultimi decenni abbiamo costruito in Italia un sistema in grado di garantire una parità di status tra tutti i lavoratori: era un modello adatto ad un’economia basata su scarse differenze di produttività tra i lavoratori di una stessa categoria. Ma di fronte a differenze di produttività anche da uno a cento, come quelle che caratterizzano oggi l’economia della conoscenza, l’uguaglianza non può più rappresentare l’unico criterio-guida di gestione delle relazioni sindacali.
Ciò non significa dimenticare che la pace sociale è un obiettivo fondamentale per chiunque abbia a cuore il futuro del Paese.
Lo sanno bene gli imprenditori di Confindustria, che nel 1993 hanno avuto la lungimiranza di abbandonare prassi consolidate, dando vita ad un moderno sistema di relazioni industriali che ha consentito all’Italia e alle sue imprese di contenere le spinte sui costi e, al tempo stesso, di godere di uno straordinario periodo di stabilità sociale.

Verso un “patto del mercato globale”?
Il mercato globale ha ormai consolidato i suoi effetti, lasciando indietro però il sistema italiano di relazioni industriali, che riesce oggi a garantire una sufficiente tenuta sociale, ma non a convogliare gli sforzi di imprenditori e lavoratori sulle strade dello sviluppo e dell’innovazione.
È giunto il momento di dar vita ad un “patto del mercato globale” tra le parti sociali, fondato in primo luogo sul rilancio della produttività: negli scorsi decenni è stata la “ricetta segreta” dello sviluppo industriale italiano, facendo registrare tassi di crescita ben superiori a quelli degli altri Paesi industrializzati, mentre oggi la sua mancata crescita è la causa principale dell’abulìa della nostra economia.
Per rilanciare la produttività, dobbiamo colmare - secondo le analisi internazionali - la bassa qualità del capitale umano e l’insufficiente stock tecnologico. Ma mentre la tecnologia può essere acquistata sul mercato, innalzare il livello di formazione di chi opera all’interno delle nostre aziende richiede una strategia complessa e a lungo termine, fondata su rilevanti investimenti delle imprese nella formazione continua dei lavoratori, che devono essere “compensati” da una maggiore elasticità nel rapporto contrattuale.
Imprese e sindacati hanno un altro obiettivo fondamentale in comune: razionalizzare la profonda asimmetria tra due diversi mercati del lavoro - quello dei posti permanenti e quello degli impieghi temporanei - e tra le due diverse generazioni di lavoratori, quella del lavoro stabile per tutta la vita e quella della mobilità delle occupazioni.
Nessuno può pensare che le imprese rinuncino a quella dose di flessibilità che è stata introdotta dalle riforme del lavoro, in un mercato globale che si fonda sulla rapidità di reazione delle aziende alle repentine variazioni della domanda e degli scenari economici.
“Se il mercato del lavoro è ben regolato, senza eccessi di rigidità nella componente tipica, i contratti atipici offrono un utile ventaglio di opzioni alle imprese e ai lavoratori. Se divengono un surrogato dell’ordinaria flessibilità dell’impiego, impediscono a molti giovani di pianificare il futuro” ha dichiarato il Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi nelle Considerazioni finali del 31 maggio.
Come Giovani Imprenditori, siamo convinti che il precariato sia un “nemico comune” a imprese e sindacati. Se una società è o si percepisce come precaria, se lo sono la maggior parte dei lavoratori, anche le imprese rischieranno di diventare in qualche modo “precarie”.
Dobbiamo evitare, inoltre, di scaricare sul solo mercato del lavoro l’intero peso della flessibilità necessaria al sistema Italia, come ha lucidamente affermato l’economista Nicola Rossi. È necessario distribuire equamente la flessibilità su tutti i comparti dell’economia italiana e su tutti i segmenti della nostra società, a partire da quelli che fanno della rigidità la fonte primaria delle loro rendite di posizione. La precarietà, infatti, si combatte anche sul mercato del credito e dei servizi privati, dei servizi pubblici e del sistema previdenziale, che oggi penalizzano fortemente i giovani che lavorano e vivono con contratti flessibili.
Ma l’arma principale per combattere la precarietà è la creazione di un nuovo welfare - capace di spostare il focus degli interventi dalla tutela del lavoro a quella dell’individuo - che realizzi un sistema di protezione sociale in cui competizione e giustizia sociale non siano più antagoniste, ma siano l’una condizione dell’altra.

L’alleanza tra i giovani per il futuro dell’Italia
Come ha ricordato di recente il “Financial Times”, l’Italia del XXI secolo sembra ferma a Cicerone, che amava ricordare che “una vecchiaia onorevole vale molto più di tutte le virtù della giovinezza”.
I Giovani Imprenditori possono svolgere oggi una funzione unica nella società italiana, tentando di ricomporre quella “frattura sociale” tra inclusi ed esclusi, tra precari e garantiti che rischia di esplodere in Italia, così come sta avvenendo nelle periferie delle metropoli francesi.
Il futuro delle imprese italiane - nella nostra visione - non è legato soltanto alla capacità di abbattere i costi del personale, ma alla possibilità di contare su risorse umane eccellenti, motivate, flessibili, che supportino e stimolino l’innovazione e l’internazionalizzazione delle aziende.
Vincere la scarsa mobilità sociale e le resistenze all’innovazione in ambito politico, economico e sociale sono “battaglie comuni” a tutti i giovani italiani, che aspirano ad una società che allunghi l’orizzonte di riferimento delle sue scelte strategiche.
Possiamo e dobbiamo costruire insieme, dunque, una società in cui la voglia di rischiare, di investire su se stessi diventi la regola e non l’eccezione, in cui il merito sostituisca finalmente il familismo corporativo come strumento ordinario di selezione e di crescita.

Un modello istituzionale che non funziona: verso una nuova Bicamerale
Non possiamo dimenticare, tuttavia, che - in un Paese nel quale la spesa pubblica occupa quasi il 50% della ricchezza complessiva prodotta - la realizzazione di un nuovo modello d’Italia nel mercato globalizzato è strettamente legata all’efficienza delle istituzioni e delle loro regole di funzionamento. “Il mercato, che è già uno stupendo meccanismo, può dare risultati ancora più stupendi se noi sapremo perfezionare e riformare le istituzioni” diceva Luigi Einaudi.
Come Giovani Imprenditori, riteniamo opportuno non dare indicazioni di voto sul referendum confermativo della riforma costituzionale, affidato ora al giudizio conclusivo e sovrano dei cittadini e oggetto di un duro scontro tra le due coalizioni.
Siamo profondamente convinti, tuttavia, che le due grandi riforme costituzionali realizzate negli ultimi cinque anni siano frutto dello stesso “peccato originale” - perché entrambe votate a colpi di maggioranza - e che creino entrambe minor fluidità e pesanti sovrapposizioni tra i diversi livelli istituzionali, nonché maggiori costi che rischiano di allontanare la risposta pubblica dalle esigenze delle imprese.
Non possiamo fermare l’onda - necessaria e, per alcuni aspetti, coraggiosa - dell’innovazione istituzionale. Ma dobbiamo pretendere che le riforme che si pongono l’ambizioso obiettivo di ridisegnare le regole fondanti della “casa comune” abbiano una legittimazione più ampia di quella garantita dalla maggioranza parlamentare, dovendo rappresentare le posizioni e gli interessi della parte più ampia possibile dei cittadini.
“Un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948 non può essere scambiato per puro conservatorismo. I Costituenti si pronunciarono a tutte lettere per una Costituzione destinata a durare, per una Costituzione rigida ma non immutabile” ha ricordato nel suo discorso d’insediamento il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Al Presidente della Repubblica i Giovani Imprenditori rivolgono un saluto deferente e gli auguri più sentiti, nella convinzione che saprà svolgere il suo altissimo ruolo di garanzia rinnovando l’equilibrio, il senso di responsabilità, la lungimiranza che hanno caratterizzato lo straordinario settennato di Carlo Azeglio Ciampi.
Proprio l’esperienza di quasi sessant’anni di applicazione della Costituzione dimostra come il ruolo baricentrico del Presidente della Repubblica sia decisivo per il buon funzionamento delle nostre istituzioni. È un ruolo che non deve essere modificato nei suoi poteri e nelle sue prerogative, per non privare la complessa democrazia italiana del suo punto di riferimento più alto.
Qualunque sia l’esito del referendum, peraltro, è compito del ceto dirigente del Paese riflettere sull’efficienza e sull’efficacia degli assetti della forma di Stato e di governo in Italia, portando la questione fuori dagli angusti ambiti della contesa tra i partiti.
Come Giovani Imprenditori, riteniamo che sia necessario riprendere con decisione la strada della Commissione Bicamerale, che – nonostante gli esiti – rappresentò alla fine degli anni ’90 un momento qualificante di convergenza di visioni molto diverse in un unico disegno complessivo di riforma della Costituzione. Una nuova Bicamerale, infatti, consentirebbe di creare una sede istituzionale distinta rispetto all’arena politica quotidiana, in cui si possa far prevalere l’interesse del Paese sulle ragioni della tattica quotidiana.
Oltre alla seconda parte della Costituzione, è necessario riformare profondamente anche la legge elettorale. L’esito delle elezioni politiche e le vicende più recenti hanno confermato la “lucida profezia” che i Giovani Imprenditori avevano fatto – per primi nel mondo dell’impresa – a Capri, denunciando i rischi di una legge che riesce nella difficile impresa di sommare i difetti del sistema proporzionale a quelli del maggioritario.
Oggi dobbiamo abbandonare l’attuale meccanismo - che porta con sé un alto rischio di produrre maggioranze instabili - a favore di una legge maggioritaria a doppio turno. Questa innovazione garantirebbe maggior stabilità, tutelando al tempo stesso le identità di partito e le esigenze di governabilità.

Una politica responsabile, “guida morale” del Paese
La politica deve tornare alla nobiltà della sua ragion d’essere, recuperando soprattutto la propria dignità.
Abbiamo bisogno di un ceto politico che sia “guida morale” del Paese, che unifichi in una visione collettiva idee, interessi e pulsioni molto diverse piuttosto che esaltarne la contrapposizione, che segni la via dello sviluppo invece che lamentarne la mancanza.
Come imprenditori, come giovani, come cittadini, abbiamo bisogno di una “politica responsabile”. Una politica che comprenda che le riforme non possono morire con il governo che le fa. Una politica che – come non si stanca di ripetere il Presidente Montezemolo – “abbia il coraggio di mettere le soluzioni dei problemi prima dell’esigenza di consenso”.
La congiuntura internazionale ci offre nei prossimi mesi una “finestra” di straordinaria importanza. Non possiamo perdere l’occasione di riportare l’Italia sui sentieri della crescita, di rilanciare la fiducia nella nostra capacità di interpretare il mondo e i suoi bisogni.
Oggi siamo sospesi tra un grande passato e un futuro incerto. Come imprenditori, stiamo investendo nelle nostre aziende e stiamo scommettendo sulla centralità dell’Italia nell’Economia dell’Uomo.
Come Giovani Imprenditori, vorremmo un Paese capace di investire sulla straordinaria, unica capacità di intraprendere degli italiani.
Un Paese nel quale i successi individuali si trasformino in valori collettivi, in un progetto nel quale ognuno possa ritrovare le sue aspirazioni, le sue passioni, i suoi sogni.




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