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QUALEIMPRESA

SANTA MARGHERITA LIGURE 2006
Humanistic Management
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Internazionalizzazione, Ricerca e Sviluppo e Management. Le tematiche discusse nei tre workshop di approfondimento, prima del convegno G.I. a SML.


di Nunzia Petrosino
Componente Comitato G.I. per le Politiche Industriali e per le Politiche Sociali

Venerdì 9 giugno scorso, in occasione del 36° Convegno dei G.I. di Santa Margherita Ligure, per la precisione nell’ambito della mattinata che precedeva la prima parte del convegno, per il primo anno e in via sperimentale, si sono tenuti presso l’Hotel Regina Elena, poco distante dal Miramare, location del convegno canonico, dei workshop di approfondimento su tematiche di interesse primario per i G.I. e su cui le loro tesi si imperniano. “Produttività e competitività, i seminari di Generazione sviluppo” titolava l’opuscoletto descrittivo distribuito: i due obiettivi che i G.I. vogliono rivisitare per le proprie imprese e per il sistema socio-economico che gli fa da contesto sotto paradigmi diversi che tengano conto della complessità prodotta dalla nuova economia della conoscenza. La stessa economia che ha rivoluzionato irreversibilmente il rapporto fra i fattori produttivi determinando il primato del capitale umano nei processi economici e passando da una dimensione puramente quantitativa dell’economia e della produzione a una dimensione qualitativa. Internazionalizzazione, Ricerca e Sviluppo e Management le tre tematiche discusse sotto l’egida del nuovo umanesimo economico.
In particolare la terza ha dato vita al workshop relazionato da Domenico De Masi intitolato appunto Humanistic Management, con la mission di dimostrare l’utilità e la necessità di impostare un nuovo stile di leadership aziendale, che tenga conto di questo nuovo rapporto tra uomo ed economia.
Il Professor De Masi è del ’38 e insegna Sociologia del Lavoro alla Sapienza a Roma; in cattedra da quando aveva 23 anni, ha ricoperto importanti cariche manageriali per aziende ed enti istituzionali: la ricchezza e l’eterogeneità delle esperienze dell’uomo traspaiono completamente in uno sguardo pregnante, comunicativo e curioso, completamente in contraddizione con le primavere a carico, deducibili dalla data di nascita su fornita. La stessa umanità che ha caratterizzato tutta la sua esposizione che, dopo una breve introduzione di presentazione, si è allacciata subito al caso italiano: cioè a come l’economia dell’uomo, al centro dei dibattiti, sia un’opportunità enorme per il nostro Paese e a come esso ne sia un interprete ante-litteram. Tre sono i numeri forniti a prima confutazione della tesi: 194 i Paesi esistenti al mondo, 30 dei quali fanno parte dell’OCSE, annoverandosi, pertanto, tra i più sviluppati: solo 8 sono ritenuti i più facoltosi a livello internazionale; tra di essi c’e’ l’Italia. Si passa all’analisi del dato. I fattori di successo che hanno permesso il raggiungimento di questa posizione sono racchiudibili in una prima affermazione forte: l’Italia è stata pioniera del passaggio dalla società industriale, per la quale invece era arrivata addirittura in ritardo, alla moderna società post-industriale che si definisce come concerto di produzioni con epicentro la produzione di beni immateriali quali valori, estetica, informazioni, simboli. In tal senso essa è stata post-industriale prima ancora che industriale, avendo anche nella produzione manifatturiera un valore intrinseco immateriale, inserendosi come tale nel macro-contesto dei Paesi più ricchi del mondo che fondano il loro successo perché produttori di idee. Diversamente, esistono altre due categorie di Paesi: il terzo mondo e i Paesi, come quelli dell’Est Europa, che facendo leva sull’alto tasso di disoccupazione, attraggono le produzioni manifatturiere dei Paesi più ricchi per il basso costo della manodopera. In situazioni intermedie e di profondo mutamento si trovano solo Cina, India, Brasile, lavorando su entrambi i binari. Sono le professioni intellettualizzanti (imprenditori, professionisti, scienziati, artisti etc…) a costituire la classe creativa del Paese. Proprio a queste è riconducibile la crisi del Paese: l’Italia è afflitta da un gap culturale; la crisi sofferta, pertanto, non è una situazione congiunturale, come opinione diffusa. Questo gap si sostanzia nel fatto che l’organizzazione di tali lavori creativi, post-industriali, adotta criteri mutuati dalla produzione tradizionale di beni materiali. Empiricamente è stato dimostrato che ogni volta che accade ciò l’efficienza cala e i profitti scompaiono. Inoltre, elementi di irrazionalità connotano questa situazione: la paura prende il sopravvento sull’entusiasmo, l’atmosfera aziendale si incupisce, la creatività si isterilisce. È nella sensazione di crisi che si racchiude, quindi, il peggiore dei guai nella società post-industriale, annientando la capacità di programmare il futuro, cosa che invece hanno fatto al nostro posto gli USA, esempio lampante sono i progressi nel settore dell’IT prodotti da loro negli ultimi 20 anni. “Quindi, nel momento in cui si dice crisi, siamo fregati!” tuonava De Masi.
La chiave di volta è la valorizzazione del lavoro creativo con una gestione di accezione umanistica: tali tipologie di lavori non possono avere orari; si ibridano e non hanno confini netti con il “tempo libero”, definendosi anche “ozio creativo”; si femminilizzano connotandosi di emotività, soggettività, estetica. Emergono, in sostanza, nuovi valori: l’intellettualizzazione, l’affidabilità, l’androginia, la destrutturazione del tempo e dello spazio, la virtualità, la qualità del lavoro e della vita, tutti elementi completamente mancanti nel lavoro manifatturiero. Restano dominanti i bisogni quantitativi della ricchezza e del potere ma cresce la sensibilità verso i bisogni qualitativi dell’introspezione, del silenzio, della disponibilità di tempo per sé, dell’autonomia, della sicurezza, della bellezza, dell’amicizia, del gioco, dell’amore, della solidarietà, della convivialità. Occorre riprogettare la nostra società in modo che non riproduca né i difetti del comunismo (che sapeva distribuire la ricchezza ma non sapeva produrla) né i difetti del capitalismo (che sa produrre la ricchezza ma non sa distribuirla). Il nostro modello, quello europeo o latino, si impronta su questo e si contrappone al fondamentalismo economico americano e religioso islamico: i suoi tratti principali stanno nella ricerca dell’equilibrio, nella separazione dei poteri, nella tolleranza, nella flessibilità, nella ricerca di misura, nel gusto per la vita. È su questo modello “umanistico” di vita che va costruito un nuovo modello “umanistico” di management.

n.petrosino@condorponteggi.it




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