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RIFORME ISTITUZIONALI
Conto alla rovescia per la nuova legge elettorale










“Creare le condizioni per arrivare in Parlamento a una nuova legge elettorale, capace di dare stabilità di Governo al Paese e di ricreare un sano ed equilibrato rapporto tra eletti ed elettori”. Vannino Chiti, Ministro per i Rapporti con il Parlamento e le Riforme Istituzionali


di Coletta Ballerini

Un percorso di dialogo. Un clima di reale cooperazione. Un accordo da approvare attraverso un atto parlamentare che impegni le forze politiche di maggioranza e opposizione. È questa la soluzione auspicata da Vannino Chiti, Ministro per i Rapporti con il Parlamento e le Riforme Istituzionali. “Il problema della legge elettorale - afferma Chiti - non è secondario rispetto ad altre questioni come il risanamento, lo sviluppo e l’equità”.
Una legge elettorale sbagliata, infatti, potrebbe causare la nascita di Governi deboli, instabili e poco autorevoli. Aspetti negativi che finirebbero per ripercuotersi su tutti gli altri ambiti della politica nazionale. In primis, l’economia e la coesione sociale.
Da qui, l’importanza di trovare un’intesa, anche attraverso singole e puntuali modifiche costituzionali, che consentano di ammodernare l’ordinamento dello Stato. Senza dimenticare il coinvolgimento dei giovani in questo processo. “Grandi esclusi” dal Parlamento e dalle istituzioni italiane, i trentenni, oggi più che mai, hanno bisogno di ‘rappresentanza’. “Ed è proprio in questa direzione – ha detto il Ministro Chiti, in questa intervista – che sono stati realizzati i provvedimenti di liberalizzazione e la proposta di legge sulla riforma degli ordini professionali, già presentata alla Camera. Per collocare stabilmente il nostro Paese sulla frontiera dell’innovazione”.
Come Ministro per le Riforme, lei sta cercando di portare a termine quella che a molti sembra una “missione impossibile”: trovare una larga condivisione tra maggioranza e opposizione, che consenta di varare una riforma della legge elettorale in Parlamento. Quante sono le chance di successo?
Le chance di successo, come dice lei, sono reali, il che non vuol dire che sono certe. Come Ministro per le Riforme Istituzionali, ho avviato una serie di consultazioni con tutte le forze politiche nelle quali ho via via registrato sempre maggiore attenzione e disponibilità al confronto sul tema di una nuova legge elettorale. Nel corso di questi incontri, sono emerse due possibili ipotesi di intesa. O una profonda revisione dell’attuale legge che ne corregga gli errori e le aberrazioni. Oppure una nuova legge elettorale basata sul modello delle Regioni o dei Comuni. Su quest’ultima opzione, a mio avviso, si possono creare le condizioni per arrivare in Parlamento a una nuova legge elettorale, largamente condivisa, capace di dare stabilità di Governo al Paese e di ricreare un sano ed equilibrato rapporto tra eletti ed elettori.
Nelle ultime settimane, si è detto soddisfatto del clima di cooperazione che si è creato tra le parti. Oggi tutti i leader di partito si dichiarano concordi sulla necessità di abbandonare l’attuale legge elettorale, ma la ricerca di un’intesa è ostacolata dalle opposte esigenze dei grandi partiti e di quelli piccoli. Come è possibile conciliare rappresentanza parlamentare e stabilità di governo nell’Italia della frammentazione?
Le due ipotesi di lavoro di cui ho parlato sono in grado di conciliare la necessità di rappresentanza con quella della governabilità, in quanto si tratta di sistemi basati sul modello proporzionale ma con una correzione maggioritaria determinata dal premio di maggioranza, che consente di tutelare e rafforzare l’assetto bipolare faticosamente conquistato dal nostro Paese in questi ultimi tredici anni. Inoltre, il modello della legge elettorale regionale prevede l’indicazione nella lista del candidato alla guida del Governo. Nel corso degli incontri, si è profilata anche la possibilità, parallelamente, di giungere a singole e puntuali modifiche costituzionali per ammodernare l’ordinamento dello Stato. Queste modifiche costituzionali dovrebbero, per esempio, riguardare la riduzione del numero dei parlamentari, il voto per i diciottenni anche al Senato, l’eleggibilità a venticinque anni per entrambe le Camere, il superamento del bicameralismo perfetto, differenziando quindi il lavoro di Camera e Senato, il rafforzamento del ruolo del Presidente del Consiglio con un potere non solo di nomina ma anche di revoca dei Ministri. Su queste basi, è possibile sviluppare un percorso di dialogo che possa consentire di giungere a un accordo da approvare, successivamente, anche attraverso un atto parlamentare che impegni le forze politiche di maggioranza e opposizione.
Al di fuori del mondo politico, la riforma della legge elettorale non sembra suscitare grande interesse da parte dei cittadini. Ha messo in cantiere iniziative in grado di aumentare il coinvolgimento dell’opinione pubblica?
I cittadini hanno a cuore soprattutto i problemi del Paese che più si ripercuotono sulla vita di ciascuno. Proprio per questo, il problema della legge elettorale non è secondario rispetto ad altre questioni come il risanamento, lo sviluppo e l’equità. Infatti, una legge elettorale sbagliata tende a produrre Governi deboli, instabili e poco autorevoli, qualità negative che finirebbero per riverberarsi sugli altri aspetti della politica nazionale, come l’economia e la coesione sociale. Altro discorso sarebbe se una maggioranza si occupasse solo della legge elettorale o delle riforme istituzionali tralasciando tutto il resto. Ma questo Governo procede tenendo bene a mente quali sono gli interessi che deve tutelare: quelli dei cittadini, come dimostrano tutti i provvedimenti fin qui adottati, dal taglio dell’Irpef per i redditi medi e medio-bassi, al taglio del costo del lavoro, al pacchetto per il Mezzogiorno, alle liberalizzazioni.
I giovani sono, oggi, i “grandi esclusi” dal Parlamento e dalle istituzioni italiane. Con quali meccanismi è possibile dare rappresentanza ai trentenni e ai quarantenni?
Personalmente, non credo sia possibile intervenire per legge, introducendo magari delle “quote giovani”. Ma certamente la tendenza a una certa gerontocrazia nel nostro Paese sta diventando un problema su cui ragionare. Sono convinto che il modo più efficace per “fare largo” ai giovani sia introdurre – nella nostra vita, nella nostra società e nella nostra economia – il concetto di “meritocrazia”, lavorando al contempo affinché vengano fornite a tutti pari condizioni di partenza riguardo alle possibilità formative e culturali. La valorizzazione delle specificità e dei talenti di ciascuno significa dare spazio alle energie nuove, inespresse, capaci di dare impulso allo sviluppo e arricchire la società, la cultura e la vita economica del nostro Paese.
A questo tendono i provvedimenti di liberalizzazione e la proposta di legge sulla riforma degli ordini professionali, già presentata alla Camera. Più in generale: vogliono collocare stabilmente il nostro Paese sulla frontiera dell’innovazione. I giovani sono quelli più interessati a questa prospettiva.

colettaballerini@comunicazione2000.com




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