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QUALEIMPRESA
 CULTURE E INTEGRAZIONE
Europa e Islam. Storia di un malinteso
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“Si comincia a sapere che l’Islam è figlio della civiltà ellenistico-romana esattamente come l’Occidente. Si comincia a capire che le Crociate non sono state guerre di religione…”. Franco Cardini, Professore Ordinario di Storia Medievale
di Raffaele Moretti Gruppo Giovani Imprenditori Bari
Da quel che sappiamo sull’Islam Mediterraneo, con il quale gli Europei sono entrati e rimasti in contatto a seguito di un lungo processo storico, sembra chiaro che l’Islam non è una realtà omogenea, ma che esiste una pluralità di Islam nei cui confronti l’Europa assume attenzioni e sensibilità diverse. Come interpreta questa diversificazione di attenzioni? È evidente che esiste una pluralità di Islam, come è evidente che l’Islam è attraversata da un fenomeno nuovo che è quello del radicalismo, quello che noi impropriamente chiamiamo, fondamentalismo. Questo radicalismo è in gran parte il contraccolpo della situazione coloniale, è il risultato del radicalizzarsi di certe posizioni, è l’esito della fine del socialismo reale che in gran parte assorbiva molti malumori e li trasferiva su un piano di una ideologia immanente che aveva i suoi pericoli ma anche i suoi ammortizzatori. È il risultato anche di qualcosa che è sotto gli occhi di tutti. Oggi il mondo è popolato da 6 miliardi di persone; 1 miliardo circa gestiscono l’85% delle ricchezze del mondo, e in questo miliardo fortunatamente ci siamo anche noi euroccidentali, ci sono gli statunitensi, i canadesi, gli australiani, i giapponesi. All’interno di questo miliardo di cosiddetti privilegiati, i veri privilegiati sono pochi milioni di persone. I restanti 5 miliardi vivono sugli scarti, su uno scarno 15% delle risorse del mondo e sono persone che vivono fisicamente, geograficamente in luoghi che sono ricchissimi; cito il Brasile, il mondo arabo, l’Africa equatoriale, sottosuoli ricchissimi, risorse a non finire, che però vengono drenate dalle multinazionali e a loro non tocca niente. E questo non sarebbe ancora allarmante. Noi abbiamo goduto per secoli di questa posizione che ci siamo guadagnati anche con la nostra efficienza, con la nostra durezza, con la nostra genialità tecnologica, con la nostra forza militare, etc. Oggi, però, abbiamo davanti 5 miliardi di disperati che sono sotto i livelli di sopravvivenza ma che usano l’informatica, usano i telefonini, hanno le paraboliche, e non sono più disposti ad accettare questa situazione. Una minoranza di loro è violenta e vuole strappare quello che gli sembra in diritto di avere; la maggioranza è ancora molto mite o molto disorganizzata, ma è questione di tempo. A questo punto, qualunque cosa gioca in nostro sfavore perché possedendo di più, incommensurabilmente di più, abbiamo di più da perdere. Loro non hanno niente da perdere se non, come diceva il vecchio Marx “le loro catene”. Questa è la verità obiettiva, il resto sono chiacchiere, compresa l’identità occidentale, la difesa della civiltà, propagandata da gente come Luciano Pera che non ha mai creduto in nulla se non appunto nella forza dell’individuo e che adesso ci viene a fare la lezione sull’identità occidentale. Queste sono tutte chiacchiere, siamo maggiorenni e vaccinati, cerchiamo di non credere alle fiabe. Come spiega il fatto che nonostante una certa diffusa diffidenza dell’Occidente nei confronti dell’Islam, in particolare di quello fondamentalista, si infittisce sempre più l’esercito di arabisti e islamologi nelle facoltà di studi orientali? Perché il tanto parlare che si fa dell’Islam, nonostante anche il parlare sconsiderato e calunnioso che dell’Islam fanno personaggi inqualificabili come Magdi Allam, fa breccia. Ci si rende conto che siamo davanti a una grande civiltà, una grande cultura e ci si rende conto che questa civiltà e grande cultura è tutt’altro che lontana dalla nostra e opposta alla nostra. Ormai comincia a passare un po’ la lezione storica, perché se ne comincia a parlare, quindi, la storia ha una sua forza. Si comincia a sapere che Aristotele e Platone sono tornati in Europa nel XII° sec., grazie alle traduzioni dall’arabo. Si comincia a sapere che i musulmani ci hanno passato l’astronomia, la fisica, la chimica. Si comincia a sapere che l’Islam è figlio della civiltà ellenistico-romana esattamente come l’Occidente. Si comincia a capire che le Crociate non sono state guerre di religione, ma che sono state l’epifenomeno militare di un rapporto economico, diplomatico, culturale che invece era strettissimo e che era improntato all’amicizia. Tutte queste cose stanno dalla parte della forza della storia che è incoercibile. Naturalmente i mass media e i giornalisti, siccome più o meno in un modo o nell’altro, sono tutti asserviti al sistema di potere che fa capo alle multinazionali e agli Usa, cercano disperatamente di seminare menzogne e fino a oggi ci riescono molto bene. Le scriva pure queste cose, non le attutisca… Cercano disperatamente di seminare menzogne. La verità ha una sua forza obiettiva e le cose si cominciano a capire come stanno. Si comincia a capire che gli americani non stanno in Iraq per esportare la democrazia, ma per continuare il grande latrocinio del petrolio; si comincia a capire che in Afghanistan non stiamo esportando democrazia, ma stiamo facendo gli oleodotti e i metanodotti secondo gli interessi delle multinazionali. Si capisce che tutta questa storia della minaccia islamica è una sonora balla. Mi citi un solo caso di attentato fondamentalista islamico che sia mai accaduto in Italia. Con tutto il battage che hanno fatto e con episodi vergognosi come quello di Abu Omar, sui quali pende anche la responsabilità del Governo di centro sinistra, attualmente estinto, che si è ridicolmente parato dietro alla balla del segreto di Stato, quando si trattava semplicemente del fatto che il Governo italiano è un Governo di ascari, di collaborazionisti, un Governo a servizio di uno straniero occupante, perché noi in Europa siamo un Paese occupato. Le basi americane servono a occuparci, non a far la guerra contro il terrorismo. Un tempo, servivano nella strategia generale della guerra fredda, però quel tempo è passato. Oggi, sono utilizzate perché l’Europa non si unisca mai come grande potenza, come grande Patria di tutti gli europei. I Paesi europei, infatti, non hanno né una politica militare, né una politica estera comune. Ci controllano e ci riescono, ma qualche cosa comincia a scricchiolare. Stia certo che, se cominciassero a picchettare il terreno per la costruzione dell’ampliamento delle basi di Vicenza, io - che sono un buon cittadino italiano e quindi europeo - andrò tranquillamente a farmi le mie 48 ore di picchettaggio, lo ritengo un dovere civico…In questo momento, sono moderato, di solito, sono un po’ più invelenito contro questa situazione, perché sono stufo dei cumuli di menzogna che ci stanno buttando addosso i giornali e i mass media. Dal 2001, ho cominciato a studiare a tappeto queste cose e quando dico di “studiare” sono relativamente bravo. Ho scritto e pubblicato quattro libri a riguardo, tra cui “La paura e l’arroganza” e l’ultimo “La fatica della libertà” dove sto spiegando queste “cosine”. Lei sa che io non sono comunista, sono cattolico-tradizionalista, sono per molti versi piuttosto di destra, sono un uomo di ordine, credo nella Patria, nella giustizia, nei doveri civici. Perché mai l’Europa è sempre identificabile in un Continente e l’Islam invece in una religione? È, forse, in questo tipo di identificazione che l’Europa si ostina a vedere nell’Islam come un potenziale avversario della Cristianità, in una sorta di continuazione di scontro tra Cristianità ed Islam? No. Non lo possiamo ipotizzare perché non esiste. Su questo, ho scritto un libretto per Laterza, intitolato “Europa e Islam”. Intanto bisogna evitare di farsi giocare dal rapporto tra le parole e le cose. L’Europa è una parola che corrisponde, non solo e non tanto a un Continente, quanto a un’idea che si sviluppa nel tempo. Corrisponde a una prospettiva politica che non è ancora molto chiara, corrisponde a un certo modo di vivere, ma bisogna discutere fino a che punto questo modo di sentire, di vivere, di avere valori civici, coincida con il cosiddetto “Occidente”. C’è tutto un dibattito quanto al rapporto Europa e Cristianità, che è uno dei cavalli di battaglia della neo estrema destra…L’Europa moderna, quando è uscita dal suo alveo continentale e culturale, alla fine del medioevo, si è allargata, ha passato i suoi confini tradizionali, è cominciata a diventare “Occidente”. Non si è soltanto trasferita nel nuovo mondo e poi nel nuovissimo, ha avviato anche un processo preciso, culturale, politico e morale, che in generale noi siamo abituati a definire “processo di laicizzazione”. Si è cominciato a staccare la teologia dalla filosofia, la filosofia dalla scienza, a rendere autonome la scienza e poi la politica rispetto alla teologia. All’idea di Dio si è cominciato a vivere etsi Deus non daretur: quello che si chiama processo di laicizzazione o di secolarizzazione, che ha portato allo sviluppo abnorme, nel mondo occidentale, dell’io, dell’individualismo a tutti i livelli e quindi lo sviluppo del capitalismo, lo sviluppo della volontà di potenza. Una visione, profondamente, anticristiana del nostro Occidente. Nel suo articolo “Le radici intrecciate”, si legge: “Se la nostra identità ‘cristiana’ e ‘occidentale’ non è abbastanza salda, la colpa è solo nostra. Peraltro, le tradizioni non sono mai isolate; le radici, nel profondo del terreno, s’intrecciano tra loro”. Se così stanno le cose, come si può parlare di integrazione tra popoli di costumi e di fedi diverse? Certamente, si può parlare di integrazione ma soprattutto di diritto alla diversità. L’armonia e la convivenza non nascono dalla omologazione. Si ha il diritto di essere diversi dagli altri e di rispettare le diversità degli altri. Significa che una corretta governance della globalizzazione è un patteggiamento continuo, non ci sono formule che siano valide per tutte le situazioni; bisogna tener conto delle diversità, essere flessibili nei confronti delle diversità degli altri e delle loro sacrosante istanze a restare diversi. La nostra cultura occidentale è proprio nel quotidiano, che va dal modo di mangiare al modo di vestirsi al making english che usiamo quando vediamo film americani o quando lavoriamo al computer. Le culture non sono delle forme vuote, le culture intaccano anche la sostanza delle cose, quindi, usare una certa cultura vuol dire assumere la forma mentis di chi la gestisce in proprio, e noi giochiamo in casa. Abbiamo il vantaggio che hanno gli inglesi, gli americani attualmente, che in qualunque parte del mondo vadano sanno di avere il sacrosanto diritto e l’obiettivo vantaggio che tutto il resto del mondo li deve capire e deve parlare la loro lingua, mentre loro non si sforzano a parlare quella degli altri. Paradossalmente, la globalizzazione - e questo lo spiega molto bene Noam Chomsky - esalta le differenze, è fatta di infinite situazioni locali che poi si devono confrontare. L’ecologia culturale salva le identità, salva le tradizioni; o noi accettiamo questa logica o questa logica si rivolterà contro di noi, creando fondamentalismi. Lei ha scritto che “Il pericolo nasce solo dall’ignoranza. Sempre”. Come Giovani Imprenditori cosa possiamo fare per non essere ignoranti? Quello che facciamo tutti: annaspare per capire quello che non capiamo, imparare quello che non sappiamo, rimediare alle nostre lacune, gerarchizzarle. Insomma, rimettersi in discussione. Il giovane imprenditore, ma anche l’imprenditore di mezza età o l’imprenditore anziano, che ha che fare con gli extracomunitari, è bene che ascolti anche le loro necessità, apparentemente secondarie o lontane dalla sua mentalità. Resta vero ciò che sosteneva Papa Giovanni Paolo II: “La nostra civiltà deve imparare ad ascoltare. Non ascolta le altre, perché è convinta di essere la migliore”.
moretti@comma3.com
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