 |
 |
 |
 |
 |
QUALEIMPRESA
 CULTURE E INTEGRAZIONE
Contro lo scontro di inciviltà
|
 |
 |
|
 |
“Riconoscere le nostre radici vuol dire innanzitutto coltivare la memoria, il rispetto delle generazioni passate, la convinzione che il mondo non nasce e non finisce con noi”. Marcello Veneziani, saggista e scrittore.
di Coletta Ballerini
Sembra che la nostra civiltà, oggi, non abbia soltanto un nemico, ma due. Uno, esterno e aggressivo, si identifica con il fanatismo islamico. L’altro, interno e dissolutivo, con il piacere della decadenza, il nichilismo, la distruzione di tradizioni ed esperienze millenarie. Uno vorrebbe annientarci, l’altro ci dissolve nel niente. È questa la lucida analisi di Marcello Veneziani, saggista e scrittore, che sottolinea la necessità di reagire a questa doppia minaccia. Ma come fare? Gli spiriti pratici risolvono tutto con la guerra all’Islam. I moralisti, invece, con l’autocritica del nostro razzismo e con il processo all’America. In ogni caso, si tratta di uno “scontro di inciviltà”, che può essere superato solo attraverso il ricorso a un “patriottismo di civiltà”, l’espressione di amor patrio più consona alla nostra epoca globale. Una civiltà, sostiene Veneziani, deve essere animata da una vera e propria religione civile e non semplicemente governata da una forma di civilizzazione. È, dunque, necessario un nuovo atto di fondazione, insieme rivoluzionario e tradizionale, capace di ridonare all’Europa il suo volto, la sua storia e la sua vocazione al futuro. Il suo ultimo saggio - “Contro i barbari. La civiltà e i suoi nemici interni ed esterni”- denuncia non uno, ma due reali nemici della nostra società. Il primo esterno e facilmente individuabile nel fanatismo islamico. Il secondo interno e molto più subdolo, che si annida nel nichilismo sostanziale che caratterizza il nostro mondo dissolutivo e decadente. Qual è il più pericoloso? Quale la spaventa di più? Spaventano di più i terroristi e i fanatici, ma reputo più pericolosi i barbari che vivono in mezzo a noi, a volte dentro di noi, perché si tratta di una barbarie più diffusa e più capillare, che agisce nelle profondità della nostra civiltà. Sono gli “incivili di ritorno”, nel senso in cui si parla di analfabetismo di ritorno, che colpisce le civiltà stanche e declinanti che si vergognano della propria cultura, della propria tradizione, ripiegano nell’egoismo e fuggono dalla storia. “La civilizzazione senza civiltà è una forma accessoriata di barbarie”, ha scritto nel suo libro. In quest’affermazione, si legge una forma di sacralità profonda nel suo auspicare un patriottismo di civiltà. Ma crede obiettivamente che sia raggiungibile? E in che modo? La civilizzazione riguarda il tenore di vita, lo sviluppo della tecnica e del mercato ed è una cosa buona e giusta, a cui nessun uomo di buon senso vuole rinunciare. Ma quando la civilizzazione prende il posto della civiltà, ovvero quando i mezzi sostituiscono gli scopi, quando la tecnica ritiene di poter fare a meno della cultura, e l’economia pensa di poter fare a meno della tradizione, allora nasce una forma sofisticata, evoluta, benestante di barbarie. Non so se sia obiettivamente raggiungibile un patriottismo di civiltà. È un’impresa difficile, ma credo che sia giusto porsi questo obiettivo, perché il suo rovescio è accettare la decadenza, anzi l’avvento del deserto. I modi per affermare la civiltà sono legati all’educazione e alla comunicazione, passano dalla cultura e dai suoi laboratori come la scuola, l’Università, la tv, il teatro, il cinema, ma anche la politica. E in tutto questo, un ruolo è chiamato a svolgerlo anche l’impresa, non solo sotto forma di mecenatismo ma di promozione della civiltà come habitat necessario allo sviluppo sociale ed economico. In diverse sue riflessioni, viene fuori un inquietante scenario che fa un parallelo tra il nostro tempo e il terzo secolo dopo Cristo. Una realtà in cui scompare l’uomo auto-diretto per lasciare il posto a quello etero-diretto. È una lotta di tutti contro tutti, nel decadimento dei valori, degli Stati, dei costumi e delle religioni. Nel trionfo del totale edonismo. Stiamo davvero assistendo a un ricorso storico? Può darsi, ma c’è qualcosa di specifico e di inedito che riguarda la nostra civiltà ed è l’avvento dell’automatismo grazie allo sviluppo della tecnica, ma anche all’inaridirsi della responsabilità, del sacrificio. La riduzione del soggetto ad automa è la peggior forma di schiavitù, perché l’imposizione autoritaria è ancora una forma di coercizione che un uomo esercita su un uomo ed è ancora possibile sottrarsi o ribellarsi. Se tutto è automatico, non c’è storia, non c’è libertà di decidere, non c’è da fare diversamente, se non di seguire il tracciato, il trend. L’automatismo è peggio dell’antico fatalismo perché prescinde totalmente dalla volontà umana e identifica il Demiurgo nel Processo, nella Macchina. I maggiori contrasti esistenti nel corpo della società civile riguardano la genetica e la bioetica, l’immigrazione e l’integrazione, le sovranità popolari e nazionali, i valori condivisi, la famiglia, la religione, il rapporto tra individui e società. Tutti attengono più che alle vecchie fratture di discrimine, alle diverse sensibilità liberali e comunitarie, che dovrebbero comunque individuare “un perimetro basilare di principi condivisi”. Quale? Il rispetto della persona e dei suoi diritti, la libertà di espressione e di opinione, il comune riconoscimento della nostra storia e della nostra provenienza, l’osservanza delle leggi, il ripudio della violenza...Salvati alcuni principi condivisi, è possibile poi articolare un bipolarismo culturale fondato su scelte civili differenti. Oggi, le vecchie divisioni ideologiche e storiche del Novecento contano sempre meno; in compenso crescono le risposte, divergenti, sui temi che riguardano la biopolitica, ovvero la sfera di scelte e di valori che attengono al rapporto con la vita e con la morte, con il corpo e con il sesso, con la famiglia e con la rivoluzione genetica, con gli immigrati e i connazionali...È inevitabile che su questi temi vitali vi siano risposte differenti, il problema è riconoscere sia le differenze sia il terreno comune. Per salvare la civiltà non basta individuare un nemico assoluto o, al contrario, negare che esso esista. Bisogna piuttosto “riconoscere in positivo” le nostre radici, la nostra storia e la nostra anima. Ma in che modo? Quali soluzioni propone? Riconoscere le nostre radici vuol dire innanzitutto coltivare la memoria, il rispetto delle generazioni passate, la convinzione che il mondo non nasce e non finisce con noi. In altri termini, superare l’egocentrismo generazionale, la convinzione di vivere in un Presente Assoluto, riaprirsi al senso di tradizione, che non vuol dire rifugio nel passato e culto dei morti, ma senso della continuità, trasmissione di esperienze, eredità e valori. In secondo luogo, credo che sia necessario riscoprire le ragioni e le passioni di una religione civile, che passa anche dal riconoscimento del legame civico e religioso che ci fa sentire una comunità e non un agglomerato di individui. Religione civile non vuol dire né religione secolare, ideologica, ma nemmeno integralismo, confusione tra la sfera laica e la sfera religiosa. Ma capacità di tradurre anche in senso civico, principi, origini, esperienze che ci legano in profondità (re-ligare).Tutto passa da una diversa visione della vita, alimentata da una nuova sensibilità culturale. Tutto questo, non mi illudo, è arduo, difficile; ma quando penso al suo rovescio, ad accettare come ineluttabile, automatico - appunto - il nostro decorso, impensabile ogni modifica rispetto ai trend stabiliti dalla tecnologia e dal mercato, allora mi ribello all’idea che non possiamo uscire da un tracciato di nichilismo già scritto e segnato. In fondo, per credere davvero allo spirito d’intrapresa, bisogna ripristinare questa libertà di decidere il proprio avvenire senza sottomettersi automaticamente ai diktat delle vie a senso unico.
colettaballerini@comunicazione2000.com
|
 |

|
|