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QUALEIMPRESA
 CULTURE E INTEGRAZIONE
Libertà "senza veli"
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Capo delle donne di AN. Presidente e fondatrice dei “Circoli D-Donna”. “Un’infedele che semina l’odio”, così l’ha definita l’imam di Milano. Vive sotto scorta. Questo il prezzo che paga, per difendere l’inviolabile diritto delle musulmane di essere “donne”. È Daniela Santanchè.
di Coletta Ballerini
“Chi vuole provare a capire, può cominciare da qui. Dalla storia di Amina, un’algerina di poco più di trent’anni. Una delle tante migliaia di immigrate che affollano l’hinterland torinese. Picchiata dal marito, algerino anche lui, perché non vuole accettare nella sua abitazione la ragazza giovanissima che l’uomo si è scelto come seconda moglie. Riempita di pugni dai parenti della ragazza, insieme ai due figli piccoli, il giorno che si rifiuta di aprirle la porta di casa. Malmenata ancora una volta, quando il marito corre a riprendersi la ragazza e torna a imporle la sua presenza. Amina, finita in ospedale con le ossa rotte, che se le chiedi: ‘Ma non hai degli amici, qualcuno che ti difenda?’, risponde: ‘Un’ amica ce l’ho: la paura’. Mentre il marito non capisce il perché di tanto chiasso e al poliziotto che lo interroga non fa che ripetere: ‘Sono donne mie, cosa ho fatto di male?’”. È questo l’incipit dell’ultimo saggio di Daniela Santanchè, “La donna negata”, il libro che ha scatenato l’ira e la rabbia dell’imam di Milano. Una lucida analisi della condizione delle donne musulmane in Italia. Una condanna solo di quell’Islam più aggressivo, dal quale bisogna difendersi. Un’amara riflessione sulle difficoltà che si incontrano nella realizzazione di un’integrazione sociale rispettosa delle diverse fedi religiose ed etnie. “La donna negata” è il titolo del suo ultimo libro. Una lucida analisi della terribile condizione a cui è costretta la maggioranza delle donne musulmane che vivono nel nostro Paese e cui vengono negati i diritti umani più elementari. Una proposta concreta, una vera strategia che, con l’appoggio dell’Islam moderato, porti a un’integrazione sociale rispettosa delle diverse fedi religiose. In che modo? Innanzitutto, non dobbiamo mai parlare di religioni perché queste ultime sono lo strumento usato dagli integralisti e fondamentalisti. Ci vorrebbe veramente un Voltaire musulmano che separasse la politica dalla religione. Detto questo, se vogliamo parlare realmente d’integrazione, dobbiamo mettere al centro la questione femminile. Sino a quando non liberiamo le donne, non è pensabile immaginare una pacifica convivenza. Dall’infibulazione alla liberazione. È questo l’iter auspicabile nel processo di denuncia della condizione femminile nell’Islam. Quali ritiene siano le principali “barriere” a una corretta integrazione nella nostra società, per le donne musulmane? Bisogna lavorare sia sul piano culturale, sia sul piano legislativo. Nella loro cultura, non c’è equiparazione di dignità e di diritti tra uomini e donne. Non è pensabile che, nel Terzo Millennio, le donne debbano subire una totale sottomissione da parte del clan maschile della famiglia. Non è pensabile che, ancora in molti Paesi arabi (Arabia Saudita, Pakistan e tanti altri), le donne siano “negate” alla loro stessa esistenza. Per questo, sono fermamente convinta che servano leggi nella nostra Nazione a tutela delle donne immigrate, che spesso si ritrovano a stare ancor peggio rispetto ai loro Paesi d’origine. Non è accettabile che nel nostro Paese anziché avere rispetto per le leggi italiane, si consideri come unica legge la sharia. Non è accettabile che sul nostro territorio nazionale, ci siano ormai di fatto dei califfati che si sottraggono alla nostra legislazione. Le radici giudaico-cristiane e la tradizione umanistica della nostra civiltà. La libertà, la dignità, e il rispetto dei diritti dell’uomo. La convivenza e il dialogo tra religioni e culture diverse. L’opposizione ferma e intransigente a ogni espressione di fanatismo, di intolleranza, di istigazione all’odio, di fondamentalismo e imposizione violenta di credo politico e religioso. Sono questi i valori alla base dei “Circoli D-Donna”, di cui lei è Presidente e fondatrice. Come è nata l’idea? Sì, queste che lei denuncia sono parte dei valori in cui i circoli D-Donna s’identificano. I circoli D-Donna - vorrei ricordare che sono circoli aperti a tutti i cittadini, uomini e donne, che abbiano raggiunto la maggior età - nascono dall’esigenza di far appassionare la gente alla politica trovando strumenti e linguaggi innovativi, spesso i partiti non sanno buttare il cuore oltre l’ostacolo e la gente si sente sempre più lontana dalla politica. I circoli nascono sul presupposto che alle italiane e agli italiani interessi sempre di più rimettere al centro una tensione etica e mettere al centro una politica dove siano protagonisti i valori. Non possiamo immaginare di vivere in una società in cui si possa decidere l’ora nella quale morire. Abbiamo sempre pensato che la vita non è un bene disponibile. Non può essere un diritto drogarsi. Non può essere un diritto fare un figlio… Proprio per questo, nascono i circoli D-Donna. Ha più volte dichiarato che “coprirsi il capo non è una scelta autonoma delle donne musulmane, ma un segno di sopraffazione maschile”. È da questa constatazione che è nata la sua proposta di una legge volta a impedire l’uso del velo islamico fino alla scuola dell’obbligo? Ritengo che il velo non sia mai una scelta di libertà, ritengo che la maggior parte delle donne musulmane mettano il velo per costrizione e non per convinzione. La mia proposta di Legge ha come obiettivo di aver la certezza che nessuna donna sia obbligata a mettere il velo. Proprio per il concetto che bisogna liberare le donne, ditemi come può una bambina di 10-11-12 anni fare una scelta di convinzione? Diamo loro la possibilità di scegliere, senza subire le decisioni del clan maschile della famiglia. Al fianco della mia proposta, c’è quell’Islam moderato e riformista che mi esorta ad andare avanti su questa strada. Nel caso dell’immigrazione musulmana in Europa, la soluzione per la liberazione delle donne non passa attraverso l’abbandono dell’Islam. Ma piuttosto attraverso l’istruzione e l’indipendenza economica. È quanto emerge dal suo libro-denuncia. A suo avviso, il Governo ha fatto abbastanza su questo tema? Il precedente Governo ha fatto una Legge Bossi-Fini che partiva da due pilastri fondamentali per l’immigrazione, lavoro = permesso di soggiorno. Questo Governo ha, invece, ribaltato i flussi migratori con una conseguenza devastante sulla sicurezza della nostra Nazione. La politically correct, il finto buonismo non aiutano la pacifica convivenza dove, invece, dovremmo intervenire di più. Come ho fatto nell’ultimo o.d.g., quando alla Camera si votava il rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan. Stanziare risorse per l’istruzione delle donne, questa secondo me, dovrebbe essere la strada da seguire. Dopo esser stata definita dall’imam di Milano “un’infedele che semina l’odio”, lei vive sotto scorta. È il prezzo che ha dovuto pagare per ribadire l’inviolabile diritto delle musulmane di essere “donne”. Con quali strumenti pensa sia possibile combattere queste minacce, che si muovono ancora nella logica aberrante del conflitto tra civiltà e religioni? E secondo quali modalità ritiene si possa rinnovare l’impegno a favorire gli spazi di dialogo fra le culture del mondo, valorizzando l’ascolto delle diversità come fattore di crescita e di pace? La classe dirigente di questo Paese deve abbandonare la politically correct e il buonismo. La tolleranza del “tutto” è nemica dell’integrazione, bisogna capire che ci sono valori non negoziabili per noi italiani.
colettaballerini@comunicazione2000.com
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