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CULTURE E INTEGRAZIONE
Non fuggo dalla mia identità!
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La riscoperta delle origini. Il mito delle radici da rintracciare in un passato immaginario. Il bisogno d’appartenenza. La retorica delle tradizioni e la paura del “meticciato”. Nell’ottica di un tentativo di conciliazione tra identità e integrazione.


di Elena Mastroieni


Accettare nuove culture non significa perdere la propria identità. Un atteggiamento aperto alla costruzione di un avvenire comune è l’unico modo per prepararsi a vivere in quella società multiculturale che l’immigrazione sta creando.
Ecco perché già da qualche tempo, i quartieri delle grandi città e i piccoli Comuni favoriscono l’incontro e la conoscenza reciproca, per superare le generalizzazioni e gli stereotipi e per scoprire storie di vita, affetti, speranze e valori da condividere.
In quest’epoca di conflitti e di incertezza economica, ci si illude di trovare nella retorica delle radici la sicurezza che manca. Quasi a voler giudicare le persone in base alle proprie origini e non in relazione a quello che effettivamente sono.
“Diffidare di chi esibisce radici forti, purezza identitaria, pedegree di generazioni. In genere, sono falsari. Talvolta anche pericolosi”, è questo il pensiero di Gad Lerner - giornalista, scrittore e grande esempio di integrazione culturale in Italia - convinto sostenitore del fatto che “preziosa e irriducibile sia la nostra unicità di individui”, a patto che si arricchisca in una cittadinanza comune.
“La mia identità è un connotato da cui non ho mai pensato di fuggire”, ha dichiarato. In più occasioni, oltre a esternare le sue radici ebraiche, non ha mai mancato di dare il suo contributo intellettuale al dibattito comunitario e a lanciare, con successo, operazioni di solidarietà. In che modo le sue origini hanno influito sul percorso di vita personale e professionale?
È fin troppo banale rispondere che non esisterebbe il Gad Lerner “pubblico” se dietro (dentro) non ci fosse il bambino nato a Beirut, con tanti legami in Israele e la nostalgia dei luoghi d’origine dei miei nonni. Nostalgia di luoghi che non ho mai conosciuto, com’è tipico di una condizione diasporica ormai generalizzata nel mondo contemporaneo. Reminiscenze, fantasie preziose nella formazione di una personalità. Purché non le si spacci come un’identità unica e irriducibile. Perché io sono anche il Gad Lerner che a diciotto anni militava in Lotta Continua. Sono anche il giornalista della televisione. Sono anche l’ulivista fautore del Partito democratico. Sono anche il viticultore del Monferrato che combatte l’invasione di zanzare per valorizzare il potenziale paesaggistico, culturale, enogastronomico del suo territorio.
Insomma: non fuggo dalla mia identità, né tanto meno la irrido. Ma qual è? Mica vorrà inscatolarmi in un’appartenenza rigida e chiusa, definita solo dal mio passato!
Ogni minoranza costituisce una storia a sé stante. Ciascuna con un proprio delicato, spesso instabile, equilibrio tra salvaguardia della propria identità e integrazione nel contesto più generale nel quale è inserita. Un equilibrio sempre a rischio, messo in discussione sia da forze esterne che interne. Secondo la sua esperienza personale, ritiene possibile trovare un punto d’incontro tra identità e integrazione? Lei come ci è riuscito?
È la paura del futuro quella che ci frega. La mancanza di fiducia. In questo tempo di guerre e di incertezza economica, ci illudiamo di trovare nella retorica delle radici la sicurezza che ci manca. Come se noi potessimo essere giudicati dalle nostre radici e non dai nostri buoni frutti (se proprio vogliamo restare nella metafora vegetale). Vede, quando io ho messo al mondo dei figli meravigliosi con delle donne cristiane ero solo felice: di certo non stavo lì a domandarmi se ciò potesse contribuire alla cancellazione dell’ebraismo dopo millenni di sopravvivenza in condizioni ben peggiori di quelle attuali. Trovo naturale che la stessa identità ebraica - biblicamente fondata su un’identità dinamica, universalistica, rivolta al futuro - evolva. Anche attraverso l’esperienza dei miei figli, “nuovi ebrei”. Sono un uomo molto fortunato e questo mi ha aiutato ad avere fiducia nel futuro.
Nuove e incombenti sfide vengono dettate, quotidianamente, da una società e da un mondo sempre più globalizzanti. Segnati da diversità multiculturali e dalla coesistenza di variegate etnie e differenti modi di essere e di pensare. Crede che il nostro Paese sia in grado di far fronte a queste minacce?
Gli imprenditori politici della paura e della diffidenza, in Italia, hanno meno successo elettorale che altrove. Il pregiudizio si trasforma in ostilità esplicita e talora in comportamenti incivili solo di fronte ad alcune minoranze di più difficile integrazione, come i rom. Ma, in generale, sono convinto che l’integrazione abbia fatto già passi da gigante nell’esperienza quotidiana delle persone. Certo, con uno scricchiolìo sinistro nel luogo per eccellenza dove fin qui l’accoglienza procedeva silenziosamente: la scuola dell’obbligo. Il fatto che molti genitori italiani rifiutino di iscrivere i figli nelle scuole in cui ci sono troppi stranieri, segnala un ritardo di sistema che alla lunga potrebbe sortire effetti nefasti.
Nel suo ultimo libro, “Tu sei un bastardo”, si prende in giro da solo, esibendo l’immagine di una nuova identità “ri-costruita”. È meglio avere forti radici o godere della libertà dello “sradicato”? È preferibile possedere un’identità ben definita o stemperarla nelle mescolanze del multiculturalismo?
“Chi si loda s’imbroda” è il mio proverbio preferito. È molto sano prendersi in giro da soli, provare a guardarsi da fuori. Dunque, figuriamoci se le propongo la ricetta di Gad Lerner in materia di radici e sradicamento. Posso solo dirle che lo status giuridico di apolide è molto scomodo da portare (nonostante vivessi in Italia dall’età di tre anni, ho attenuto la cittadinanza quando ne avevo trenta: lo trovo scandaloso!). Che le radici mi interessano molto nelle vigne vecchie, sono quelle che fanno la barbera migliore. E infine un consiglio: diffidi di chi esibisce radici forti, purezza identitaria, pedegree di generazioni. In genere, sono falsari. Talvolta sono pericolosi.
Arrivati all’ultima pagina del libro - che è un po’ un elogio del “meticciato” - viene spontaneo domandarsi: non si deve più appartenere a un’origine, a una cultura, a uno schieramento? Non conta più sentirsi parte di qualcosa?
Accidenti se conta “sentirsi parte di qualcosa”. Come potremmo vivere altrimenti? Ma non illudiamoci di poterci accoccolare in un’origine, in una cultura, in uno schieramento. Senza metterci del nostro. Come raccomanda Amartya Sen, guai se rinunciassimo all’inaggirabile natura plurale delle nostre identità. Noi, per fortuna, tendiamo a sentirci parte non di “qualcosa”, ma di più “qualcosa”. Preziosa e irriducibile è la nostra unicità di individui, che si arricchisce in una cittadinanza comune.


elenamastroieni@comunicazione2000.com




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