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QUALEIMPRESA
 CULTURE E INTEGRAZIONE
È finita l'ora di giocare... Ora si recita!
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Prospettive nuove. La vera sfida dei Giovani Imprenditori Confindustria di fronte alla società che cambia.
di Ettore La Carrubba Responsabile G.I. per le Politiche Industriali e per le Politiche Sociali
Il tema che Qualeimpresa ha deciso di affrontare con questo numero è, sicuramente, uno dei più difficili che si potessero immaginare. Non tanto per la complessità, per le implicazioni politiche, etiche o culturali e nemmeno per le evidenti e sofisticate sfide di governance che pone. Tutti questi, a ben vedere, sono elementi in comune con altri grandi temi di scenario, che giustamente ci fanno appassionare, come per esempio l’energia e l’ambiente. Nel discutere di immigrazione, invece, si deve tenere conto di un elemento caratteristico diretto: l’Uomo. Anche questo fenomeno richiede di affrontare e risolvere processi, presenta risvolti di logistica, diritto, finanza e tanti altri aspetti dell’economia e della politica, ma è raro che le conseguenze siano così direttamente avvertite dagli interessati. E non basta, perché in gioco c’è anche un’altra variabile, forse ancora più insidiosa: non si può in nessun modo pensare di parlare di immigrazione, ponendosi come obiettivo la piena soluzione del “problema”. L’opzione più realistica, infatti, tende a ricercare la migliore governance possibile dei vari aspetti - dai flussi migratori, all’integrazione alle politiche rivolte ai Paesi d’origine - non certo a tentare di “fermare” o indirizzare chiaramente il fenomeno. Tema complesso, quindi, che porterebbe a fare lunghe digressioni sulle cause e sulle possibili soluzioni - di contenimento o di inclusione - con una gamma molto ampia di politiche e dinamiche. Questa lunga premessa vuole, in un certo senso, fungere da iperbole pirandelliana: cioè, dopo aver fatto intuire al pubblico una storia, e quindi uno svolgimento, ribalta la scena. Portare lo spettatore fuori dalla prospettiva che gli è propria e farlo diventare attivo, costringerlo a pensare a se stesso rispetto al tema: è questo che tenterò di fare. Più precisamente, il mio obiettivo consiste nell’indicare un cambiamento di approccio e una nuova prospettiva. La metafora della squadra o del team, a cui spesso (forse troppo) facciamo ricorso quando vogliamo proporre una modalità di collaborazione fra le parti di un sistema, è totalmente inappropriata a proposito di immigrazione. Quando nell’appartenenza a un team si danno per scontati valori e interessi comuni di natura soprattutto tecnica, un “tocco” umano può essere decisivo. Tuttavia un team richiama alla tecnica e alla performance, sfumature della metafora utili per far percepire uno spirito che sottintenda competizione, velocità e soluzioni definitive e vincenti. Si impone, dunque, un nuovo modello di relazione tra parti di un sistema e ho individuato nella compagnia teatrale quello più adatto: infatti, pur non perdendo la prospettiva di dover conseguire obiettivi definiti, in una compagnia si pone grande enfasi sul “come” giungere alla migliore performance. In sintesi, maggiore attenzione al cammino rispetto alla meta, soprattutto in considerazione della particolare natura di quest’ultima. Questa metafora, forse apparentemente oscura, consente di cogliere un aspetto fondamentale: all’immigrazione e, soprattutto, all’integrazione degli immigrati, non possiamo guardare ponendoci obiettivi tarati con il calibro del risultato certo e della dinamica prestabilita a tavolino. Infatti, la complessità è tale da rendere più pragmatico accettare a priori la necessità della mediazione. La compagnia teatrale, inoltre, assomiglia molto più del team a una comunità che permette a tutti - nel rispetto degli altri (anche se diversi per alcuni aspetti e integrati con leggi sull’immigrazione chiare e selettive) e nell’accettazione di una serie di valori condivisi (per esempio, la lingua e la costituzione) - di lavorare insieme, con una grande finalità comune: una rappresentazione organica, emozionante e, soprattutto, efficace. Tuttavia, è importante precisare che il modello di compagnia teatrale a cui intendo riferirmi non è quello basato su un solista che, coadiuvato da ottimi comprimari, porta alla vittoria la squadra. Non a caso, in una stagione teatrale i monologhi sono pochissimi, mentre le opere corali rappresentano la regola. Applicando la metafora al nostro mondo di imprenditori, ritengo che tutti noi siamo attesi da un grandissimo sforzo: cercare di superare la tentazione di agire da solisti, nonostante la nostra cultura sia permeata dalla logica del team. Se da un lato sarebbe folle pensare di abbandonare questa visione nella competizione che ci impone il nostro lavoro, dall’altro sarebbe altamente rischioso rinunciare a fare proprio il metodo della compagnia teatrale, se davvero vogliamo essere attori di quel mondo che Qualeimpresa coraggiosamente ci propone. In conclusione, sono grato a Qualeimpresa e a Katia Da Ros per avermi dato la possibilità di scrivere questo contributo, a cui ho voluto dare un taglio meno ordinario. In effetti, in un primo momento ero tentato dall’analisi di scenario e dai numeri che, purtroppo, sono univoci e incontrollabili. Ma proprio perché ormai questo è un libro già scritto nella trama, credo sia importante acquisire ora, tutti insieme, la consapevolezza del grande sforzo che ci attende, come persone e come imprenditori. Dobbiamo prepararci a una nuova società caratterizzata da una complessa varietà di etnie, religioni e culture. Per noi, che in questo contesto abbiamo l’ambizione di continuare a fare gli imprenditori, un cambio di prospettiva è irrinunciabile. Ecco perché dobbiamo scendere in platea, in mezzo al pubblico. Ecco perché ho scelto di parlare di noi e non degli immigrati. Pirandello, nel buio del teatro, ci fa spesso domandare: “Siamo noi i pazzi o lo sono gli altri?”. La risposta che sembra suggerirci è: “L’importante è saper recitare!”.
ettore.la.carruba@alpicar.autogerma.it
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