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QUALEIMPRESA
 CULTURE E INTEGRAZIONE
Identikit dell'imprenditore straniero in Italia
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È diplomato. Abita in prevalenza nel Nord. Spesso parla arabo e cinese. Ha una età compresa tra i 30 e i 40 anni. Opera soprattutto nel settore commerciale, con una azienda che ha meno di 5 anni di vita. Dà lavoro ad altri cittadini, persino italiani.
di Gennaro Schettino Direttore di “Metropoli”
Zhous Mejhua ha 38 anni e da 18 vive in Italia. Viene da un Paesino dello Zheijang. È una Regione del Sud della Cina da dove vengono la gran parte degli immigrati cinesi della comunità milanese insediata tra via Canonica, Paolo Sarpi e via Bramante. Grande vocazione per il commercio. Grande voglia di farcela come tanti altri cittadini extracomunitari. Recentemente nella redazione di “Metropoli” (che è il supplemento domenicale di “la Repubblica” destinato all’Italia Multietnica) ho incontrato una signora bengalese, la signora Began Hosne Ara. È titolare a Roma di due negozi nella zona di Piazza Vittorio (per chi non conosce Roma, Piazza Vittorio è una delle zone dove è molto forte la presenza di migranti). La figlia più grande della signora Hosne frequenta una scuola americana a Roma e racconta che vuole andare a studiare alla Università di Berkley in California. Le signore Mejhua e Hosne fanno parte dei 227.524 imprenditori stranieri extracomunitari censiti dall’Unioncamere a fine 2006. Gli imprenditori migranti nello scorso anno sono cresciuti del 12,63% rispetto all’anno precedente. Se guardiamo a cosa è successo negli ultimi cinque anni il fenomeno appare ancora più impressionante: a fine 2001, il numero di imprese con titolare un migrante erano centomila. Inoltre nel 2001 era la Svizzera il secondo Paese da cui proveniva il numero maggiore di titolari di imprenditori extra Ue. Al 31 dicembre 2006, dopo il Marocco (che mantiene la leadership di questa classifica) troviamo nell’ordine: Cina, Albania, Romania. C’è stata, quindi, una crescita tumultuosa che non solo ha portato al raddoppio delle imprese gestite da cittadini extracomunitari ma ha visto anche l’emergere sulla scena dei cittadini provenienti da quelle aree da cui maggiore è stato l’afflusso migratorio di questo anni. Un altro dato, che mostra la grande vitalità delle imprese extra Ue, si legge nel fatto che lo scorso anno quasi un terzo (oltre 25 mila imprese) delle attività nate in Italia sono state avviate da cittadini stranieri. Che vuole dire? La fotografia dell’Unioncamere mostra, chiaramente, come in alcune aree del Paese il tasso di natalità delle imprese risulti positivo solo grazie alla presenza di aziende con un titolare extracomunitario. Questi dati sono impressionanti. Eppure non cancellano ancora lo stereotipo del migrante che appare quasi sempre marginale nella società e nell’economia del Paese. Nell’immaginario collettivo prevale, infatti, l’idea che il migrante sia al massimo una badante. Al minimo è quella persona ferma agli incroci delle strade la cui attività è il lavaggio dei vetri delle autovetture o in un distributore di benzina notturno. Invece, la realtà e assai più composita e le stratificazioni sociale sono estremamente complesse. Oggi, gli stranieri presenti in Italia con una attività in proprio rappresentano il 10% del totale della popolazione ufficialmente registrata. I numeri elaborati dall’Unioncamere ci aiutano a comprendere l’identikit dell’imprenditore extra Ue. È diplomato, abita in modo prevalente nel Nord Italia, spesso parla arabo ma anche molto cinese, ha una età compresa tra i 30 e i 40 anni, opera prevalentemente nel settore commerciale con una azienda che ha meno di 5 anni di vita e dà lavoro ad altri cittadini, persino italiani. Oggi, le imprese con un titolare extracomunitario costituiscono il 6% del panorama della imprenditoria nazionale. La Lombardia è la Regione dove il numero di imprese straniere arriva a toccare cifre veramente impressionanti: ben 41 mila. A Milano, spetta il primato assoluto con 20 mila ditte extracomunitarie, con una crescita del 10% annuo. Il contributo che le imprese dei migranti forniscono alla economia del capoluogo lombardo (se si vuole misurare anche la capacità di produrre reddito da parte di queste imprese) è pari a circa due miliardi e duecento milioni di euro, con 19 mila posti di lavoro e ben 3.500 dipendenti italiani. Secondo alcune elaborazioni effettuate da Etnoland, la fondazione dell’imprenditore camerunese Otto Bijoka, oltre alla Lombardia c’è un vero e proprio boom delle imprese straniere anche in Emilia e Romagna, Toscana. Per cui, il radicamento delle imprese straniere sta avvenendo in aree dove la struttura dell’economia è forte e consolidata. Certo, osservano all’Ismu, si è spesso davanti a forme di impresa semplificata e presente in settori tradizionali come il commercio. Oppure nel settore edile, dove è forte la presenza di piccoli imprenditori venuti dai Paesi dell’Est europeo. Ma non va fatto l’errore di pensare agli stranieri legati solo all’economia più tradizionale. L’attuale dinamismo mostra che il salto verso settori più innovativi e a più alto valore aggiunto avverrà, quasi certamente, con l’arrivo sul mercato del lavoro delle cosiddette seconde generazioni di immigrati, in particolare di quelli nati e cresciuti in Italia. Personalmente, ma non credo di esser l’unico ad aver vissuto una esperienza di questo tipo, ho conosciuto a “Metropoli” una giovane avvocato cinese, Li Fang. Dopo due mesi, abbiamo persa la sua collaborazione perché assunta da uno Studio Legale americano, dove è impegnata nello studio dei cambiamenti del diritto societario in Cina. Comunque tornando ai dati più macro di Unioncamere, si osserva l’aumento vertiginoso del numero delle imprenditrici cresciuto del 43% contro il 38% degli uomini. Questo dato dovrebbe far riflettere ancora di più su come sta cambiando la natura dell’immigrazione verso l’Italia. Certo il numero di donne straniere impegnate nel lavoro delle famiglie italiane è ancora elevatissimo: quasi un milione. Ma accanto a questa presenza tradizionale, sul mercato del lavoro si va affacciando una nuova figura di lavoratrice. Per quanto riguarda le nazionalità, abbiamo già osservato in precedenza che le diverse indagini attribuiscono alla comunità marocchina il maggior dinamismo (guidano il 18% delle imprese). Seguono i cinesi (con il 14%), gli albanesi e i rumeni (con il 10% ciascuno). Più in generale è molta attiva la comunità africana - i senegalesi hanno l’8% delle imprese - e quella asiatica, dove sono attivissimi oltre ai cinesi già citati anche i bengalesi e i pakistani. Chi avrà avuto la pazienza di arrivare sino a questo punto potrebbe pensare che questi numeri sono usati per descrivere un fenomeno che ha poco a che fare con il mondo degli imprenditori. Da un anno, “Metropoli” racconta l’Italia dei nuovi cittadini. E il fenomeno è solo all’inizio e sarà tumultuoso.
g.schettino@gruppoespresso.it
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