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QUALEIMPRESA
 CULTURE E INTEGRAZIONE
Politicamente scorretto
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“I simboli religiosi - patrimonio di una cultura e di un modo di vivere da secoli - non possono essere considerati un’offesa per chi non si riconosce in essi”.
di Enrico Rosina Componente Comitato Redazione Qualeimpresa
In maniera alquanto semplicistica e concisa ma non certo lontana dalla realtà, si può dire che nel ‘900 l’insieme delle Nazioni, che noi chiamiamo comunemente mondo occidentale o Occidente, hanno imparato due grandi lezioni di vita. La Democrazia, come forma di governo, e la Tolleranza, come metodo per porsi con gli altri. La Democrazia è riconosciuta come migliore forma di governo di uno Stato, tra quelle provate; non la migliore in assoluto ma la migliore tra quelle sperimentate e sviluppate fino a oggi, salvo restando tutti i limiti e le imperfezioni di un sistema legato alla legge del consenso e al sistema parlamentare. La Tolleranza, invece, è l’idea di accettarsi in maniera reciproca. Su un piano di uguaglianza, le diversità rimangono una componente personale e peculiare che in alcun modo ostacolano i rapporti fra persone. La fine della Seconda Guerra mondiale ha ridisegnato molte parti del nostro Pianeta, dando l’avvio prima alla nascita di nuovi Stati e poi al processo di decolonizzazione. L’idea di Democrazia e di Tolleranza faceva diventare anacronistico il concetto di Impero e di diversità fra uomini e razze. Negli anni Sessanta poi con i movimenti giovanili, la voglia di modernizzare la società, slegandola dagli schemi del passato, e il desiderio di sempre più libertà hanno creato in Occidente la coscienza che parte della storia era stata scritta da chi aveva occupato “opprimendo” e che, spesso, le ragioni di chi aveva subito non erano state prese in esame. Molto si ridiscusse e si discute, fino a giungere anche a un estremo opposto. Questo, naturalmente, è un processo molto lento nelle persone ma le generazioni nascevano e nascono con questi concetti. Prendiamo l’esempio dell’Italia. Sicuramente, non possiamo considerare la gente italiana come un popolo oppressore nel suo complesso, invaso da idee di superiorità, di preminenza sugli altri o di infallibilità. Anzi spesso è il contrario. Senza assolvere delle colpe oggettivamente da noi perpetrate. L’idea coloniale, nata nel 1882 con l’acquisto della baia di Assab dalla Compagnia Rubattino, è stata nel suo sviluppo contraddittoria e molto variegata ma senz’altro ha seguito l’etica del suo tempo. Ricordiamo che non si può studiare un evento storico, senza collocarlo in uno spazio temporale. Per esempio, lo studio dei fatti narrati nel De Bello Gallico, attualizzato alla nostra epoca, sarebbe da Tribunale dell’Aja. Dopo questa premessa, veniamo all’argomento: le grandi immigrazioni degli ultimi decenni, in Occidente. Da sempre, terre più ricche o più liberali hanno attratto le popolazioni povere e oppresse, la storia è piena di esempi di grandi migrazioni, diaspore o semplici fughe dalla guerra o dalla fame. Popoli, culture e religioni entrano in uno Stato portando modi di pensare e vivere diversi. I Paesi, giustamente, regolamentano quanto possono gli ingressi per cercare di assorbire con meno traumi possibili i nuovi arrivati: sistemi sanitari, educativi e lavorativi devono essere in grado di accogliere e parificare persone che spesso giungono senza nulla se non la voglia di vivere in un mondo diverso. E sì, perché non arrivano solo operai specializzati, grandi matematici e illustri medici ma molto spesso sono persone povere, proletari con l’accezione ottocentesca, il cui numero è la sola ricchezza. La minoranza di eccellenza viene accolta e si integra con rapidità. Perché l’alto tasso di scolarizzazione, il poter scegliere il censo, la religione come patrimonio dell’animo e non come ferreo regolatore della vita, li rende liberi. Mantengono le proprie abitudini di vita fondendole con quelle del Paese che li ospita, accettano le regole democratiche anche se esse vanno contro le regole della loro religione (come del resto facciamo noi), sono dei cittadini del mondo. Ma c’è anche l’altra parte, la fascia più povera, diversa, tanto più numerosa che incontra notevoli difficoltà. E qui spesso nascono i problemi. Chi per abilità, volontà e anche fortuna riesce a trovare un lavoro, un’abitazione e un ruolo nella società, lentamente si integra apportando cambiamenti nella propria mentalità e accettando le leggi dello Stato e l’etica comune del Paese che li ospita. Sono regole molto spesso diverse ma deve, per poter lavorare e vivere in una comunità, accettarle coltivando le proprie origini all’interno della sfera familiare. Chi per colpa preferisce la malavita, non ha nessuna intenzione di integrarsi ma solo a breve di sopravvivere in un mondo criminale fatto di sopraffazione e di sfruttamento da parte di propri connazionali, questa è una componente che solo la forza della legge può estirpare con vigore. La criminalità non ha colore, razza o religione. È solo criminalità, senza attenuanti da colpire e fermare. Ultima componente, la più difficile da analizzare e integrare, è quella parte di immigrati che ritiene il proprio modello di vita legato a leggi religiose il modello da esportare e radicare nello Stato che li accoglie. L’integrazione da loro non è voluta, anzi, cercano in ogni modo di ostentare le differenze e di ampliare il fossato che divide la loro cultura da quella del Paese che li ospita. Lamentano, falsamente, di essere discriminati, chiedono, pretendono e obbligano. Uno Stato democratico ha difficoltà ad affrontare queste situazioni, timoroso di “opprimere” le minoranze, si offre debole a questi attacchi memore di “antiche colpe” e di possibili accuse. Si interroga e si mette in discussione, non rendendosi conto che la tolleranza deve essere reciproca. Se a una comunità si dà uno Stato democratico, quale migliore soluzione, lo stesso Stato deve innanzitutto e soprattutto tutelare le persone che decidono di farne parte e non chi si rifiuta. Regole comuni su uguaglianza uomo-donna, sulla tutela della famiglia, sulle libertà individuali sono la base della società civile e non possono essere messe in discussione. I simboli religiosi - patrimonio di una cultura e di un modo di vivere da secoli - non possono essere considerati un’offesa per chi non si riconosce in essi, ma sono “solo” una parte di una realtà che può offrire opportunità a chi ne fa parte e poco a chi vi si inserisce rifiutandoli. Nessuno respinge la religione, da sempre presente nel Paese, ma nessuno può accettare che divenga lo strumento per diffondere il seme della discordia e dell’odio. Una lingua comune, un territorio ben definito e la voglia di condividere l’idea democratica fanno una nuova società. Il resto sono solo strumentalizzazioni e sistemi per destabilizzare chi ha attraversato guerre e lutti, prima di raggiungere finalmente la stabilità. Una società multiculturale è una società ricca di idee e quindi forte. Essa, però, si deve riconoscere in uno Stato comune altrimenti non è una società. Chi ne vuol far parte è il benvenuto e partecipi a renderla sempre migliore. Chi, invece, la rifiuta sbaglia e nel frattempo, invece, di urlare, pensi! enricorosina@folicaldi.191.it
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