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CLASSE DIRIGENTE
Alla ricerca della classe dirigente perduta
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Primo rapporto Luiss sull’identità e sulla reputazione delle élite italiane.


di Isabella Spinella


In Italia la classe dirigente è debole, cristallizzata, e ha una scarsa reputazione. A tal punto che chi ricopre posizioni di potere stenta a riconoscersi in essa.
È questo il messaggio chiave del primo rapporto dell’Università Luiss Guido Carli intitolato “Generare Classe Dirigente. Un percorso da costruire”, presentato a Roma il 26 febbraio scorso alla presenza del Presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo, del Rettore della Luiss Massimo Egidi, del D.G. Pierluigi Celli e di un prestigioso parterre di discussant tra cui Ilvo Diamanti, Enrico Galli della Loggia, Gustavo Zagrebelsky e Andrea Romano.
La ricerca si propone di tracciare il profilo e l’identità della classe dirigente italiana attraverso due sondaggi innovativi: uno sulla percezione che il ceto dirigente ha di sé stesso e l’altro sull’immagine che delle élite hanno i cittadini.
Il dato che ne emerge è preoccupante. Le élite italiane non si piacciono e si vedono esattamente come le percepisce il resto della popolazione: anziane, autoreferenziali, poco responsabili e poco autorevoli. La conseguenza è che solo un dirigente su quattro si identifica e si riconosce nel ruolo di “guida” della società.
In base ai risultati dell’indagine il contrasto tra le caratteristiche reali e quelle ideali, che dovrebbero identificare la classe dirigente, è fortissimo. Per entrambi i gruppi intervistati prevalgono, infatti, le “conoscenze” sulle “competenze”, la “cooptazione” sul “merito”, la “difesa di interessi personali” sulla “visione strategica e sulla capacità di attuare le decisioni”. Lo scarto tra teoria e realtà è evidente anche analizzando le varie categorie: troppo potere a magistrati, mass media, vertici sindacali e banche e troppo poco alle principali cariche dello Stato, ai vertici delle associazioni di categoria e agli imprenditori delle aziende medie e grandi.
Ma quali sono le cause di una situazione così allarmante? Innanzitutto il deterioramento, negli ultimi anni, dei tradizionali centri di formazione e di ricambio delle élite, come scuole di partito e uffici studi delle grandi imprese. Secondo la maggior parte degli intervistati, oggi la classe dirigente si forma nelle grandi aziende, poi “sul campo” e infine facendo esperienza all’estero: mancano, dunque, i luoghi e le occasioni di formazione del “pensiero comune”, dei valori che reggono una società.
Altro grave problema è quello generazionale: nel 1990 l’età media dei dirigenti era di 56,8 anni, nel 2004 si è alzata a quasi 62 anni, in pericolosa controtendenza rispetto al forte rinnovamento dei ceti dirigenti che sta caratterizzando il mondo avanzato.
Ma non tutto è perduto. Lo accenna il sottotitolo del rapporto – “Un percorso da costruire” – che accende una luce sul futuro. E lo dimostrano i fatti: la nascita negli ultimi anni in Italia di network generazionali che, facendo massa critica, aspirano a cambiare dal basso la cultura, le regole e i meccanismi di selezione della classe dirigente, in una logica di competizione di mercato fondata sul merito e sull’apertura internazionale. Oltre i Giovani Imprenditori che costituiscono da decenni l’epigono più visibile e autorevole, si sono sviluppate numerose iniziative volte a creare pensiero comune, mediante modelli organizzativi molto diversi: i network generazionali come “Aspen Junior Fellows”, “Trenta” e “Vision”, le riviste generazionali come “Zero”, l’Associazione Giovani Dirigenti Pubblici, la rete dei blogger “Generazione U”, il Forum nazionale dei Giovani. Ma l’esempio più significativo e innovativo è costituito indubbiamente da VeDrò, il network trasversale under 45 che riunisce più di 400 “intelligenze” appartenenti al mondo delle istituzioni e delle Pubbliche Amministrazioni, dell’impresa e delle professioni, dell’accademia e della cultura, il cui obiettivo principale è quello di guardare al futuro progettando l’Italia dei prossimi 10 anni.
“Per le élite del futuro - commenta il Presidente Montezemolo - servono competenza e passione civile, senso patriottico e capacità di guardare avanti, ma con i piedi ben radicati nel passato”. È questa la sfida più complessa e impegnativa, da cui dipende il futuro dell’Italia e degli italiani.

i.spinella@confindustria.it





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