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QUALEIMPRESA

IL BEL PAESE...DELLE RIFORME
Un'Italia motrice e non vagone di coda










È essenziale una chiara e coraggiosa impostazione riformista. Uno sforzo unitario di tutto il Parlamento. Per aprire una competizione forte e benefica. Per lo sviluppo economico del nostro Paese e la crescita internazionale.



di Coletta Ballerini


“Negli ultimi quindici anni, il potere d’acquisto, la capacità di risparmiare e di investire delle famiglie italiane è costantemente diminuito. Se non si inverte questa rotta, è del tutto vano pensare a una ripresa economica seria e duratura del nostro Paese”. Dure e inequivocabili le parole di Franco Marini, Presidente del Senato della Repubblica, che parlando di politica economica, non smette di sottolineare la necessità di introdurre misure di irrobustimento dei bilanci familiari. Attraverso l’uso della leva fiscale e soprattutto attraverso forme di sostegno per le giovani generazioni.
Insopportabile è, infatti, la condizione di precarietà in cui vivono oltre quattro milioni di giovani e meno giovani. Senza alcuna tutela, né garanzia per il futuro.
I dati parlano chiaro e la fotografia sociale del nostro Paese è più che mai allarmante. La stessa flessibilità, nata come condizione per lo sviluppo di tante aziende, anche nel settore dei servizi, è divenuta altro. Uno scudo per forme di lavoro senza futuro e senza sbocchi. Che impongono allora argini solidi e inaggirabili.
Altrettanto secca e decisa la posizione del Presidente Marini sulla riforma della legge elettorale: “Non si può in alcun modo tornare a votare con un sistema che espropria il cittadino della sua capacità di decidere e di incidere sulla composizione delle Camere. È un vulnus della democrazia. Bisogna restituire agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti”.
È essenziale, però, che maggioranza e opposizione collaborino sinergicamente, facendo uno sforzo unitario per approvare nuove regole insieme. “Altrimenti - sostiene il Presidente Franco Marini - si rischia di restare prigionieri di una logica di schieramento che, specie in questo campo, non può che portare a soluzioni pasticciate e insoddisfacenti”.
L’Italia è una delle poche Nazioni in Europa in cui permane una forma di bicameralismo perfetto. Da Presidente del Senato, ritiene che per velocizzare l’iter delle leggi sia necessario modificare il sistema attualmente vigente?
Il nostro bicameralismo perfetto fu deciso dai Costituenti per dare maggiori garanzie alla giovane democrazia parlamentare, dopo venti anni di dittatura fascista. Oggi, che la democrazia repubblicana è solida e forte nella coscienza degli italiani, possiamo concretamente pensare di avvicinarci ai Paesi più avanzati che hanno una più lunga esperienza democratica. Dopo un lungo dibattito su questo punto, vi è un’opinione largante condivisa fra maggioranza e opposizione. Differenziare le funzioni delle due Camere, riservando alla sola Camera dei Deputati il rapporto fiduciario e facendo del Senato, in un’assemblea di rappresentanza delle autonomie locali, la casa del federalismo, potrebbe essere una via per sveltire il procedimento legislativo e per rispondere con più efficienza alle diverse domande di rappresentanza e di partecipazione alle scelte legislative che vengono dai territori. È essenziale, però, approvare le nuove regole insieme, maggioranza e opposizione, altrimenti si rischia di restare prigionieri di una logica di schieramento che, specie in questo campo, non può che portare a soluzioni pasticciate e insoddisfacenti. Ci vuole, invece, uno sforzo unitario di tutto il Parlamento su almeno tre temi: Legge Elettorale, Federalismo (e quindi anche iter legislativo), efficienza della Pubblica Amministrazione.
Di recente, si è schierato apertamente a favore del Partito Democratico. Sulla base di quali presupposti crede che questo sia un progetto vincente?
Per non allontanarmi dal tema che stiamo trattando, penso che la costituzione del Partito Democratico svolga un potente ruolo di stimolo all’ammodernamento del nostro sistema politico e, quindi in via generale, del sistema istituzionale. Il Partito Democratico nasce anche - e ci tengo a ribadire quell’anche - come antidoto alla frammentazione dei soggetti politici e risponde a un’esigenza reale. Tant’è vero che la questione è al centro della riflessione anche nel centrodestra e non credo sia un caso che le formazioni a sinistra del PD stiano valutando ipotesi di coordinamento o di federazione. Non penso sfugga a nessuno, poi, che la formazione di un soggetto politico che ha l’ambizione, a mio modo di vedere ampiamente fondata, di proporsi come forza di Governo determinante, capace di conquistare un largo consenso e che si caratterizzerà per una chiara impostazione riformista, offrirà l’occasione all’intero campo della politica italiana, per aprire una competizione forte - e benefica - proprio sul versante di coraggiose politiche riformatrici di cui il nostro Paese ha indiscutibilmente necessità se intende essere tra le motrici e non tra i vagoni di coda dello sviluppo e della crescita internazionale.
Uno dei principali problemi del nostro Paese è quello della governabilità. Per risolverlo, è sufficiente modificare la legge elettorale? O si rende indispensabile anche l’adozione di altre misure?
L’ho detto e lo ripeto: bisogna cambiare questa Legge Elettorale che considero un mostro. Non si può in alcun modo tornare a votare con un sistema che espropria il cittadino della sua capacità di decidere e di incidere sulla composizione delle Camere. Lo trovo un vulnus della democrazia. Bisogna restituire agli elettori il potere di scegliere i propri rappresentanti. Sia chiaro, non voglio metter paletti, non mi interessa che la nuova legge sia approvata domani. È, però, fondamentale che non si torni alle urne con lo stesso sistema. Un sistema che, tra l’altro, favorisce la frantumazione del sistema politico, la creazione di piccoli partiti personali o di tutela di identità politiche particolari e che, poi, impone la formazione di coalizioni vaste ma eterogenee, buone forse per vincere la elezioni, ma non per governare adeguatamente il Paese. Detto questo, nessuno è così ingenuo da pensare che il semplice mutamento del sistema elettorale possa bastare da solo a garantire la governabilità e la stabilità dei Governi ma, indubbiamente, esso rappresenta un pezzo significativo del nuovo edificio che, se sto alle affermazioni, tutte le forze politiche avvertono la necessità di costruire. Un edificio che preveda la semplificazione del sistema dei partiti, alcune modifiche istituzionali e una nuova Legge Elettorale. Tutte queste cose assieme possono, finalmente, assicurare una più efficace governabilità. La crescita economica del Paese, la nostra capacità di competere hanno bisogno, oggi, di queste decisioni politiche che diano stabilità ai Governi ed efficienza alla macchina pubblica.
Pensa che l’iniziativa referendaria sia uno strumento utile ai fini della riforma elettorale? O piuttosto la giudica una minaccia?
Il Referendum non è una minaccia, ma sicuramente non è la via maestra per approvare una nuova Legge Elettorale. Non solo perché Presidente di uno dei due rami del Parlamento, auspico fortemente che le Camere si facciano carico di questa incombenza e affrontino, come è in loro potere e dovere, il tema della riforma elettorale. È il Parlamento la sede naturale per approvare una legge destinata a regolare la vita democratica del Paese. La stessa legge istitutiva del Referendum prevede del resto che nelle more della procedura referendaria il Parlamento conservi sempre la possibilità di intervenire sull’oggetto della consultazione. E non bisogna dimenticare, inoltre, che la consultazione referendaria è per sua natura uno strumento di carattere esclusivamente abrogativo e perciò, specie in materia elettorale, può determinare risultati che aumentano complicazione e confusione. Almeno a parole, la Legge Elettorale vigente non piace a nessuno e sulla necessità di approvare, entro la fine della legislatura, una nuova disciplina, si registra un diffuso consenso tra le forze politiche. Perciò, mi aspetto che una soluzione venga trovata. In caso contrario, nessuno potrà accusare i referendari di aver espropriato il Parlamento delle proprie funzioni.
Da ex-sindacalista, come considera l’azione di Governo svolta a sostegno delle politiche del lavoro? Sono stati fatti significativi passi in avanti o la strada è ancora lunga e in salita?
Si tratta di un tema che mi sta particolarmente a cuore e su cui, sarei tentato di dire, non si fa mai abbastanza. È necessaria un’innovazione fondamentale che contribuisca a rendere meno ampio il solco fra i lavoratori precari e senza tutele e i lavoratori regolari. Un terreno dove, sicuramente, occorre fare di più è proprio quello della precarizzazione del lavoro. Le cifre parlano di quattro milioni di giovani e meno giovani che vivono questa condizione: non è sopportabile. La flessibilità serve e va garantita, come accade con la c.d. legge Biagi. La flessibilità è essa stessa una condizione per lo sviluppo di tante aziende, anche nel settore dei servizi, ma quando diviene altro, quando diventa scudo per forme di lavoro senza tutela, senza futuro, senza sbocchi, allora occorrono argini solidi e inaggirabili. E che la strada sia in salita ce lo ricorda, se ce ne fosse bisogno, l’inaccettabile conta dei morti sul lavoro che si registra, ogni giorno, nel nostro Paese. Mi sembra di poter dire, tuttavia, che negli ultimi mesi sia stia andando nella giusta direzione. Il clima è cambiato, anche grazie all’opera di sensibilizzazione intrapresa su questo tema dal Presidente della Repubblica. Anche il Governo sta facendo la sua parte: con il “pacchetto Bersani” ha introdotto una serie di misure di contrasto all’evasione e di lotta al lavoro nero, come la sospensione delle attività nei cantieri edili fino alle aziende con occupazione irregolare; l’introduzione del tesserino di riconoscimento per le imprese edili; l’anticipo (al giorno antecedente l’instaurazione del rapporto) delle comunicazioni di assunzioni. Una serie di misure volte a rafforzare concretamente le tutele dei lavoratori nelle loro attività. Ma la vera novità di questa disciplina è che, a differenza della precedente, si applicherà anche ai lavoratori parasubordinati e agli autonomi. Un concreto passo in avanti nella tutela del lavoro precario e dei giovani assunti con le nuove forme contrattuali. La stessa filosofia questa che ispira il Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro. Le nuove norme di tutela si estenderanno, infatti, a tutte le qualifiche e tipologie di contratti.
L’ultimo decennio della vita politica del nostro Paese è stato caratterizzato dal dualismo che ha contrapposto Prodi a Berlusconi. Nell’imminente futuro, lei immagina uno scenario analogo o intravede la comparsa di nuovi attori nel panorama italiano? E quali, eventualmente?
Mi pare difficile immaginare che il prossimo confronto elettorale veda in campo i leader che hanno cominciato a competere nel 1996. Spero che si possa affermare una generazione più giovane, come avviene in altri Paesi europei. Per il resto, non spetta a me fare nomi o previsioni.
“Non bisogna sorvolare sul tema della politica sociale e delle necessarie innovazioni per tutelare di più il lavoro flessibile e precario, per riequilibrare la spesa pensionistica, per dare ammortizzatori sociali che sostengano i redditi”. Lo ha affermato, nel suo intervento al Forum di Confcommercio a Cernobbio. Il suo auspicio è che non ci si accontenti delle poche risorse disponibili, con la sola preoccupazione di distribuirle nell’immediato, ma che si pongano le basi per un ragionamento strategico, che abbia al centro anche il potere d’acquisto delle famiglie, dei lavoratori e dei cittadini. Ma come?
Questo mi sembra un punto fondamentale della politica economica del nostro Paese. Negli ultimi quindici anni, il potere d’acquisto, la capacità di risparmiare e di investire delle famiglie italiane è costantemente diminuito. Se non si inverte questa rotta, è del tutto vano pensare a una ripresa economica seria e duratura. Certo, ci sono le esportazioni che, fortunatamente, hanno ripreso a tirare, ma per ogni Paese è innanzitutto fondamentale la domanda interna. In presenza di una domanda strutturalmente debole non possiamo aspettarci una vera ripresa economica. A questo fine, è indispensabile che accanto alla necessaria politica di risanamento della finanza pubblica, che alleggerisce il carico del debito che pesa sulle casse dello Stato, libera risorse e accredita il nostro Paese sul piano internazionale, abbia piena cittadinanza una politica di irrobustimento dei bilanci familiari, attraverso l’uso della leva fiscale e forme di sostegno soprattutto per le giovani generazioni. La capacità competitiva del nostro Paese è affidata all’iniziativa di centinaia di migliaia di piccoli imprenditori e a milioni di lavoratori dipendenti e autonomi. Per competere meglio e con più forza, bisogna avere reti di sicurezza più robuste e diffuse.

colettaballerini@comunicazione2000.com




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