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QUALEIMPRESA

IL BEL PAESE...DELLE RIFORME
Italia: società di conoscenza










“Dobbiamo invertire il lungo percorso di declino del nostro Paese. E passare da un modello non più sostenibile di ‘sviluppo senza ricerca’ all’unico modello sostenibile, quello dello ‘sviluppo fondato sulla ricerca’”. Fabio Mussi, Ministro dell’Università e della Ricerca



di Alberto Borghi
Componente Comitato Redazione Qualeimpresa


Meritocrazia, valutazione, ricambio generazionale, fuga dei cervelli, ecc. L’Università italiana è spesso al centro di polemiche, discussioni, ragionamenti sul suo futuro e sulla necessità di una sua trasformazione per rispondere a un mondo che cambia in continuazione e a ritmi spesso non sostenibili.
Ministro Mussi qual è la sua idea di Università? Su quali pilastri si deve appoggiare e quali requisiti fondamentali deve avere? Cosa è possibile mettere in discussione e cosa, invece, non deve essere “toccato”?

La mia idea di Università è contenuta tutta nel programma di lavoro illustrato in Parlamento nel luglio 2006: l’Italia deve entrare da protagonista nella “società della conoscenza”. Dobbiamo invertire il lungo percorso di declino del nostro Paese e passare da un modello non più sostenibile di “sviluppo senza ricerca” all’unico modello sostenibile, quello dello “sviluppo fondato sulla ricerca”. Dobbiamo riportare l’Italia in Europa, i giovani nelle Università e nei laboratori, la ricerca nei luoghi della produzione. Dobbiamo, come abbiamo scritto nel programma costitutivo di questa maggioranza e di questo Governo, “rimettere il sapere al centro della politica, dell’economia e della società”. Per realizzare questo programma dobbiamo valorizzare tutti i tre elementi su cui si fonda la conoscenza: la formazione (in particolare, per quel che ci compete, la formazione universitaria), la ricerca e l’innovazione tecnologica. Ma dobbiamo anche qualificare questi tre elementi, perseguendo contemporaneamente tre grandi obiettivi: la qualità, l’equità e l’efficienza. La mia idea di Università si fonda, dunque su questi tre elementi qualificanti.
Studi recenti sul tema Università riportano che per la sua mission l’Università non può essere chiusa sul territorio ma aperta all’Universalità e allo stesso tempo racchiudere, contemporaneamente, al proprio interno i tre seguenti aspetti: 1° Aspetto pubblico: l’Università è un’Istituzione; 2° Essere Network scientifico; 3° Essere un’organizzazione aperta al mercato. Lei Ministro cosa ne pensa? Condivide questo ruolo multiplo dell’Università?
Storicamente all’Università sono state affidate due missioni: la formazione e la ricerca. Da alcuni anni, all’Università si chiede di farsi carico di una “terza missione”: diffondere le conoscenze nella società. Non c’è dubbio che una componente essenziale della “terza missione” delle Università sia anche trasferimento di conoscenze alle imprese. Penso che l’Università, per assolvere alla sua “terza missione”, debba aprire le sue porte e le sue finestre, ma non debba intaccare la sua natura. L’Università deve continuare a formare sulla base della qualità, dell’equità e dell’efficienza e debba continuare a fare ricerca, anche teorica e deve conservare intatta la sua dimensione universalistica. Il che non significa estraniarsi dal territorio in cui è collocata. Ma, al contrario, partecipare in maniera attiva allo sviluppo del territorio. Ciò richiede una disponibilità a giocare a tutto campo. Studi recenti dimostrano che per migliorare il trasferimento delle conoscenze alle imprese non si possono seguire percorsi lineari e meccanici, ma occorre piuttosto creare un ambiente culturale più ampio, un ambiente propenso all’innovazione, una società fondata sulla conoscenza, appunto. In altri termini, la “terza missione” dell’Università deve essere interpretata in maniera olistica. L’Università deve aprirsi non solo alle imprese, ma anche alla scuola, alle associazioni culturali e civili. Deve, diventare l’agorà dove si costruisce la moderna cittadinanza scientifica, che è parte ormai essenziale della cittadinanza democratica.
Si parla ogni giorno della necessità che l’intero sistema paese, dal pubblico al privato, faccia un salto innovativo. L’Università in tutto questo può avere un ruolo strategico e fondamentale. Quali strumenti ha oggi l’Università per contribuire alla trasformazione tecnologica e innovativa del nostro Paese?
L’Italia ha necessità di modificare la sua specializzazione produttiva. Dobbiamo imparare a produrre beni a più alto tasso di conoscenza aggiunto. Si tratta di un processo di trasformazione enorme. Ma dobbiamo accettare la sfida. Non abbiamo altra scelta. Non può essere l’Università a guidare questa trasformazione. Ma l’Università è chiamata a dare il suo contributo fondamentale. Il trasferimento di conoscenze dall’Università alle imprese ha un valore strategico nella società della conoscenza. Le modalità per il trasferimento vanno cercate, caso per caso, puntando più alla creazione di un ambiente culturale propenso all’innovazione che non a un meccanico trasferimento del know-how. È un processo che, oggi, può essere favorito da alcune opportunità che si sono aperte a livello europeo. Penso al Settimo Programma Quadro o alla piattaforma tecnologica. Ma anche alle opportunità che stiamo aprendo con la nostra azione di Governo. L’istituzione di un fondo unico per la ricerca (FIRST), per esempio, va nella direzione non solo di premiare, in prospettiva, le Università migliori e le imprese migliori ma anche di favorire la realizzazione di progetti comuni tra le Università e le Imprese migliori. Anche con “Industria 2015”, il disegno di legge per rilanciare l’industria italiana e l’impegno a guardare al futuro, non abbiamo solo stabilito meccanismi di sostegno e di accesso al credito agevolato per le imprese che vogliono puntare sulla conoscenze, intendiamo favorire una maggiore vocazione alla ricerca delle imprese italiana.
La legge n. 297/1999 e il seguente Decreto Ministeriale 593/2000 hanno rappresentato un passo significativo per la ricerca e la ricerca applicata, mettendo al centro l’Università e i Centri di Ricerca come nodi cruciali per contribuire alla cosiddetta società della conoscenza. Quale futuro prevede per questi due strumenti anche da un punto di vista dei finanziamenti dedicati?
La riorganizzazione degli strumenti per il finanziamento delle attività progettuali di ricerca, rappresenta uno degli interventi di sistema che il Ministero ha definito per ridare slancio alla ricerca nazionale. In questo senso, la decisione di ridurre a un unico fondo di finanziamento (il nuovo FIRST: Fondo per gli Investimenti nella Ricerca Scientifica e Tecnologica) la precedente articolazione di strumenti, indica la necessità di una maggiore coordinazione e pianificazione della politica di programmazione complessiva di questi finanziamenti.
Le iniziative generali che verranno intraprese prevederanno: il finanziamento della ricerca cosiddetta di curiosità o fondamentale; il finanziamento di accordi di programmi con le Regioni; il finanziamento di progetti di interesse strategico; il finanziamento della ricerca industriale e dell’innovazione tecnologica.
Qual è il rapporto fra Università e Impresa? Esistono delle difficoltà? Se sì, quali sono e come possono essere superate?
L’Università e l’Impresa non sono due fini o due mondi a se stanti. Sono due strumenti diversi che, in maniera diversa, devono concorrere entrambi a migliorare la condizione umana. Nella società della conoscenza, l’Università ha un ruolo fondamentale: deve formare, deve produrre conoscenza, deve creare un ambiente culturale favorevole all’innovazione, deve fornire gli elementi culturali essenziali alla società per sviluppare la cittadinanza scientifica. L’Impresa deve creare ricchezza, in maniera sostenibile. Nell’economia della conoscenza, le imprese devono produrre beni ad alta intensità di conoscenza aggiunta e, per realizzare la sostenibilità dello sviluppo, a sempre minore intensità di materia e di energia. Oggi più che mai, Università e Impresa debbono incontrarsi. In maniera limpida, trasparente. Conservando la propria natura diversa. Ma contribuendo a migliorare la condizione umana: sociale e ambientale.
L’Impresa può entrare nell’Università? Se sì, come? Attraverso quali strumenti? Con che valore aggiunto?
Storicamente in Europa l’Università è pubblica. E tale deve rimanere. La collaborazione con le imprese deve realizzarsi, ma nel rispetto del diverso ruolo e delle diverse funzioni. Anche negli Usa, dove la struttura universitaria è privata ma non privatistica, le Università sono luoghi dove la ricerca gode di una grande autonomia e può realizzarsi anche nell’ambito fondamentale, curiosity-driven. Questa è una funzione essenziale. Senza autonomia di ricerca e di formazione, l’Università perde la sua funzione e l’intera economia fondata sulla conoscenza si inaridirebbe. Vede, l’industria farmaceutica americana investe in ricerca quantità enormi di denaro, in maniera di gran lunga superiore a quanto avviene nelle Università. Ma la quasi totalità delle scoperte fondamentali, delle molecole con attività farmacologica nuova avviene nelle Università. Poi è tutto il sistema che ne beneficia. Quindi sì – un sì convinto – alla collaborazione tra Università e Impresa. Ma, per il bene di entrambe e per il bene collettivo, rispettando la loro diversità e la loro autonomia.
È opinione di molti che l’innovazione e la ricerca devono rappresentare tasselli cruciali per la competitività delle imprese del nostro Paese. Il ruolo dei Giovani Imprenditori può essere strategico in tutto questo, come Ministro dell’Università e della Ricerca cosa vorrebbe dire ai Giovani Industriali che sono chiamati a essere parte importante della nuova classe dirigente?
I Giovani Imprenditori hanno una missione storica cui assolvere. Realizzare la trasformazione della specializzazione produttiva del sistema paese. Invertire la tendenza al declino e portare l’Italia da protagonista nella società della conoscenza. I giovani hanno una propensione naturale all’innovazione, al cambiamento. I Giovani Imprenditori devono chiedere e ottenere l’aiuto dello Stato e delle Università, ma devono farsi carico per intero e in prima persona di questa funzione nazionale. Sono loro che devono incarnare il nuovo modello di sviluppo, fondato sulla ricerca, su cui costruire il futuro del Paese.

a.borghi@labstar.it




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