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Allora il Paese si è rimesso in moto?










“Riduzione del deficit. Crescita del Pil. Riordino dei conti. Beni e servizi meno cari per i cittadini. Riforma del sistema pensionistico. Lavoro non più precario. Potenziamento delle infrastrutture e sostegno alla ricerca”. Ci racconta Piero Fassino, Segretario dei Democratici di Sinistra.


di Elena Mastroieni


Un energico colpo d’ala. Un grande salto di qualità. Che dimostri la volontà del Governo di mettersi in gioco. Puntando tutto sulle riforme. Con coraggio e determinazione. Il nostro Paese ha bisogno di un rinnovamento. In tutti i campi. “Ed è in Parlamento - sostiene Fassino - che le riforme devono essere proposte e approvate con il più ampio consenso possibile”. “Perché le regole sono tali in quanto condivise da tutti. E non possono avvantaggiare questa o quella parte, questo o quel gruppo”. Ma devono essere adottate nell’ottica di fare gli interessi dell’intero Paese.
È necessario, pertanto, un dialogo fra tutte le forze politiche. “Le riforme istituzionali e costituzionali - sostiene il segretario DS - per definizione non possono essere decise dalla sola maggioranza di Governo. È un errore già commesso. Noi non lo ripeteremo”.
Nelle varie esperienze governative, è stato verificato che il riformismo senza popolo è debole. Al contrario, serve un riformismo con il popolo e per il popolo. Ma perché questo sia possibile, il riformismo deve avere, secondo Fassino, due requisiti. Il primo: deve introdurre fattori di innovazione molto forte. Il secondo: le riforme devono essere percepite non come punizioni da infliggere a qualcuno, ma come opportunità di miglioramento nella vita di tutti. “Quando un cittadino sente parlare di riforma - dice Fassino - si deve chiedere non cosa perde, ma quale vantaggio ne avrà”.
“Senza avviare le riforme strutturali di cui ha bisogno il Paese, rischiamo il corto circuito”, ha affermato più volte. Sottolineando l’urgenza della “Fase due” nell’azione di Governo e della nascita del Partito Democratico come nuovo soggetto politico. Quali sono, dunque, le questioni fondamentali su cui intervenire per rimettere in moto il Paese?
Il Paese si è già rimesso in moto, come dimostrano sia le valutazioni fatte da alcune società di rating internazionali, sia tendenze che indicano una riduzione del deficit al 2% e una crescita del Pil nel 2007 dello stesso valore percentuale. La manovra finanziaria, approvata lo scorso dicembre, ha strutturalmente riordinato i nostri conti. E, al tempo stesso, la politica di liberalizzazione sta rendendo meno cari per i cittadini una serie di servizi e beni, compensando così - per alcune fasce di reddito - alcuni parziali inasprimenti indotti dalla riorganizzazione. Abbiamo davanti a noi la riforma del sistema pensionistico, le misure per un mercato del lavoro non precario, il potenziamento delle infrastrutture (per essere estremamente sintetico penso alla portualità e alla intermodalità) e in ultimo, ma non per importanza, un sostegno vero alla ricerca.
Ritiene che la maggioranza abbia la forza e i numeri per portare a termine, in modo radicale, le Riforme Istituzionali? Oppure pensa che, per non scontentare i partiti minori e mettere in crisi il Governo, si arrivi a una soluzione di compromesso?
Nei cinque anni di Governo delle destre, una delle critiche che ho sempre fatto è stata la tentazione - spesso velleitaria - di approvare riforme importanti a colpi di maggioranza. Quella istituzionale è naufragata miseramente con il referendum. Quella elettorale (per intenderci quella definita “una porcata” da Calderoli che ne era uno degli estensori e che fu voluta unilateralmente dalla destra, al fine di creare tutte le condizioni possibili di ingovernabilità nel caso, poi verificatosi, di una vittoria del centrosinistra) appare così evidentemente sbagliata che gli stessi partiti che l’hanno approvata o parlano di modifiche o, addirittura, sostengono il referendum che la trasformerebbe in maniera strutturale. È, quindi, in Parlamento che le riforme devono essere proposte e approvate con il più ampio consenso possibile. Le regole sono tali in quanto condivise da tutti. Non si possono fare regole che avvantaggino questa o quella parte, questo o quel gruppo. Si tratta di un errore che la destra ha già commesso, e i risultati sono noti. Noi non lo ripeteremo.
Lo scontro più grande, in termini politico-sindacale, riguarda la riforma della Pubblica Amministrazione. Ce la farete a superare questo muro, finora risultato invalicabile?
Faccio politica da tanti anni e credo che la concertazione con tutte le parti in causa rappresenti l’unico metodo efficace di affrontare le questioni che riguardano la vita del nostro Paese. Nelle Pubbliche Amministrazioni ci sono evidenti problemi di costi, di sprechi e di inefficienze che vanno sanati, ma altrettanti meriti, competenze, servizi di eccellenza che vanno valorizzati. Una riforma generale che voglia essere tale, cioè che vada a incidere in maniera efficace, non potrà che essere graduale, sia per chi nella Pubblica Amministrazione lavora, sia per chi - cioè la totalità dei cittadini - con la Pubblica Amministrazione si deve confrontare. Si tratta di una sfida vera, per la sua complessità e la sua articolazione, ma che si potrà vincere se i sindacati da una parte e le strutture amministrative tutte - non solo quelle nazionali ma anche di Comuni, Province e Regioni - si impegnino a far sì che al centro dell’attività di ogni Pubblica Amministrazione ci siano le esigenze dei cittadini, delle famiglie, delle imprese.
Il “tesoretto” è da qualche tempo al centro del dibattito politico del Paese. Secondo lei, il Governo Prodi come dovrebbe investirlo? A favore dell’impresa, come più volte sollecitato dai vertici di Confindustria, o a sostegno del ceto medio, come suggerito da esponenti politici di Rifondazione Comunista?
Intanto, il fatto che vi sia un surplus di entrate dimostra l’efficacia della politica fiscale del Governo. E oggi, si può riconoscere - alla luce dei risultati positivi nella riduzione di deficit e debito e nella crescita del Pil - che la Finanziaria varata dal Governo era assai più adeguata di quanto si sia detto nelle settimane della sua discussione.
Date queste premesse, penso che il surplus finanziario debba essere utilizzato in coerenza con i tre obiettivi della Finanziaria: ancora riduzione del deficit del debito; sostegno alla competitività, incrementando investimenti per infrastrutture e sostegno all’innovazione; riequilibrio ridistribuivo a favore di pensioni basse, finanziamento degli ammortizzatori sociali, sostegni per la casa.
Da ex-ministro di Grazia e Giustizia, quale proposta ritiene necessaria per accorciare i tempi dei tre gradi di giudizio?
Il Ministro ha presentato già una proposta per abbreviare i tempi di giudizio per la giustizia penale e quella civile. Si tratta di misure che riguardano sia le procedure, sia il ripristino a regime della pianta organica del personale magistrale e amministrativo addetto alla giustizia. A mio parere, si deve estendere il ricorso anche a sedi di conciliazione extragiudiziale, così come serve continuare a depenalizzare i reati minimi. Personalmente, sono poi convinto che si debba andare verso una riforma del sistema sanzionatorio delle pene, che scommetta molto di più sulle pene interdittive, che hanno un effetto dissuasivo molto più grande che la formale prescrizione amministrativa o una detenzione che spesso non ha corso effettivo. Si tratta di una riforma che implica scelte coraggiose, determinate e ampiamente condivise. Il rischio, altrimenti, è quello di avere un effetto negativo sull’opinione pubblica come la vicenda relativa all’indulto, pure necessario, ha recentemente dimostrato.

elenamastroieni@comunicazione2000.com




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