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QUALEIMPRESA

IL BEL PAESE...DELLE RIFORME
FEDERALISMO










La compartecipazione delle Regioni al gettito Iva in misura tale da coprire i servizi essenziali. La possibilità di fissare alcuni tributi regionali alternativi (mai aggiuntivi) a quelli statali. La distribuzione alle Regioni del recupero dell’evasione fiscale. Una spartizione amministrativa delle competenze che preveda un solo ente responsabile. Un fondo di perequazione solidale verso le Regioni con minore capacità economica ma con diritto di verifica della spesa. Questi i 5 capisaldi del Federalismo Fiscale.
La proposta di legge elaborata in materia - che ha visto l’irrigidimento delle Regioni a Statuto Speciale - ha aperto il dibattito su una maggiore uguaglianza di trattamento tra i cittadini che vivono nelle Regioni a Statuto Ordinario e quelle che vivono nelle Regioni a Statuto Speciale. Questa iniziativa va nella direzione di vedere riconosciuto il vero Federalismo Fiscale, eliminando in questo modo disparità di trattamento, concorrenza sleale, cittadini di serie A e di serie B, economie che marciano a velocità differenziata in virtù di investimenti che la mano pubblica è in grado di fare perché le risorse pro capite per ogni cittadino, fra chi vive in Regioni a Statuto Ordinario e chi in quello speciale, sono di due o tre volte superiori.
Una maggiore indipendenza, una più importante responsabilità ed efficienza delle autonomie locali, una partecipazione al risanamento e rispetto delle compatibilità finanziarie e una perequazione e tutela dei livelli essenziali delle prestazioni sono i principi generali a cui si ispira la proposta.
Nel documento presentato, inoltre, sono tre i livelli di funzioni e di responsabilità ipotizzati per disegnare il riassetto federalista dell’Italia. Innanzitutto, lo Stato deve individuare le fasi essenziali delle prestazioni e assicurare una protezione adeguata sul lato finanziario, attribuendo a ciascun livello (nazionale, regionale o locale) strumenti finanziari sufficienti a offrire condizioni di uniformità su tutto il territorio nazionale. A un secondo livello sono, invece, collocate le funzioni che pur non rientrando tra quelle essenziali, assumono però particolare rilievo, sia perché volte a soddisfare bisogni primari della comunità sia per i possibili riflessi per la collettività nazionale; per esse, non è richiesta uniformità sul territorio, ma è necessario garantire che le autonomie siano dotate di risorse adeguate. Nel terzo cerchio dell’architettura federalista, si collocano tutte le funzioni residue, per le quali non solo non si ritiene necessaria l’uniformità nei livelli, ma si ritiene che sia addirittura controproducente rispetto all’esigenza di differenziare le politiche a livello locale.
I livelli di fabbisogno non devono rappresentare - secondo il testo della bozza - un vincolo per la spesa delle autonomie interessate, ma semplici riferimenti quantitativi.
Il nodo resta, dunque, il finanziamento delle funzioni autonome per le quali la bozza mette in campo due ipotesi: da un lato, propone di finanziare queste spese mediante compartecipazioni e tributi propri regionali, specificatamente dedicati e mediante le quote di un fondo perequativo, che riduca ma non necessariamente annulli le differenze di dotazioni fiscali tra Regioni rispetto a tali tributi; la seconda opzione consiste nel mantenere un sistema di finanziamento che prenda come riferimento la spesa, al fine di evitare la segmentazione del bilancio, con l’attribuzione di specifiche imposte a specifiche funzioni.

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1° commento
di Gaetano Marangoni
Presidente Regionale Giovani Imprenditori Veneto


La cosiddetta “bozza Giarda”, ha riacceso il dibattito sul Federalismo fiscale. Il tentativo, coraggioso, cerca di dare una risposta, al difficile rapporto tra centro e periferia e sarà più o meno centrato a seconda della bontà del lavoro svolto. Molte le partite aperte: dalla specialità, alla sussidiarietà, alla perequazione. Non v’è dubbio che, oggi, la specialità e i conseguenti privilegi di alcune Regioni appaiono in larga misura ingiustificati. Dalla scrittura della Carta fondamentale sono passati 60 anni e lo scenario storico, economico e sociale è profondamente mutato. I cittadini delle “Regioni ordinarie” non accettano più le attuali abnormi disparità sull’allocazione delle risorse pro capite. Ogni cittadino, ogni impresa che ha la fortuna di essere “speciale” riceve una quantità significativamente superiore di risorse che, ovviamente, vanno prese dai bilanci sempre più magri del resto del Paese. Allora, i cittadini “ordinari” reagiscono e, come sta succedendo in Veneto, chiedono di “attraversare il confine”: i recenti casi di Asiago, Cortina e Lamon sono emblematici. La riforma federale dello Stato e, in particolare, il Federalismo fiscale, dovrebbe perciò servire a migliorare il benessere di cittadini e a semplificare la vita delle imprese, dando soddisfazione alle loro esigenze che, localmente, sono già oggi differenziate. Anni di finanza derivata, basata sulla spesa storica, hanno allontanato il sistema dal sentiero dell’efficienza e della responsabilità, bloccando la crescita di alcuni territori a indebito vantaggio di altri. Ora bisogna correggere il tiro, per premiare, finalmente, le Regioni più virtuose. Certo, è sacrosanto riconoscere i servizi essenziali di assistenza sanitaria a tutti i cittadini come diritto costituzionale indipendente dal luogo di residenza ma, fatto questo, va avviato subito un percorso perequativo che premi le Regioni capaci di generare risorse fiscali e sviluppo economico. Questo, in pratica, significa costruire una perequazione sana che non può e non deve servire a coprire inefficienze regionali nella fornitura di servizi o la deliberata decisione di non tassare i propri cittadini, perché, tanto, pagano per tutti quelli delle Regioni più “ricche”!


2° commento
di Alberto Scanu
Presidente Regionale Giovani Imprenditori Sardegna


La proposta del Governo sul Federalismo Fiscale presenta un aspetto particolarmente delicato e potenzialmente gravido di conseguenze per le imprese.
Mi riferisco alla previsione che assegna alle amministrazioni locali l’autonomia di imporre tributi e manovrare aliquote e base imponibile sia di quelli da loro istituiti che di quelli esistenti.
La recente esperienza della Sardegna, con l’introduzione delle cosiddette tasse sul lusso (Imposta sulle plusvalenze delle seconde case; Imposta sulle seconde case; Imposta sugli scali turistici degli aeromobili e unità da diporto) e l’Imposta di soggiorno, evidenzia come un aspetto costitutivo di un corretto Federalismo fiscale, in assenza di principi e criteri direttivi più precisi che definiscano gli ambiti e le modalità entro i quali l’autonomia si possa attuare, rischia di tradursi in un elemento di appesantimento per le imprese. Il caso della Sardegna evidenzia come un’applicazione indiscriminata di questo principio possa favorire distorsioni, determinando discrepanze tra territori, e accrescere al contempo la pressione fiscale sulle imprese che sono insediate in quella Regione. Vi è poi l’aspetto particolarmente grave, insito nelle norme varate in Sardegna, che sono poste a carico dei non residenti, della “esportazione” del tributo che si determina quando una Regione sposta il carico fiscale sui cittadini di altri territori.
Questi primi vagiti di Federalismo fiscale non fanno presagire nulla di buono per le imprese e per l’intero sistema. Vi è il rischio serio di spinte centrifughe che possano generare forti divari tra le diverse aree del nostro territorio, con le Regioni impegnate in un Federalismo fiscale “creativo” estremamente dannoso per il Paese, con il rischio quindi di utilizzo dello strumento fiscale per fare un passo indietro nel percorso avviato nel 1861.








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