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QUALEIMPRESA
 360° Meridiano - QUI ASIA
Investire oltre la Grande Muraglia?
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Tra Roma e Pechino, andirivieni di uomini politici. E numerose le missioni imprenditoriali. Ciononostante, la presenza dell’Italia in Cina è ancora scarsa e marginale. Un ragione è l’incapacità di italiani e cinesi di superare le enormi barriere culturali.
di Luca Vinciguerra Corrispondente a Pechino de “Il Sole 24 Ore
L’interscambio commerciale cresce, gli investimenti anche, e il numero di imprenditori italiani che ogni giorno varca la Grande Muraglia aumenta a vista d’occhio. Non c’è dubbio: negli ultimi diciotto mesi, le relazioni economiche tra Italia e Cina si sono intensificate. I motivi di tanta effervescenza? Molteplici. Un paio di visite di Stato che hanno lasciato il segno: prima quella dell’ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi; poi quella del Presidente del Consiglio, Romano Prodi. L’andirivieni di uomini politici tra Roma e Pechino (dallo scorso autunno, ben 10 Ministri italiani sono andati in Cina). Le numerose missioni imprenditoriali organizzate da Confindustria e da altre Associazioni di categorie. La consapevolezza maturata tra le imprese italiane dell’importanza cruciale del Far East, sia in termini di mercati di sbocco sia di piattaforme produttive. Insomma, dopo due decenni di vuoto politico-istituzionale, un pizzico di azione coordinata, organica e continuativa qualche risultato l’ha prodotto. Ciononostante, la presenza dell’Italia in Cina è ancora scarsa e marginale, soprattutto in termini di investimenti diretti nel Paese. E lo è ancor di più se paragonata al grado di penetrazione degli altri grandi Paesi europei, la cui industria manifatturiera nell’ultimo decennio ha messo saldamente radici nel gigante asiatico. Ma l’assenza storica del Sistema Italia in Cina non basta a spiegare questa anomalia. Un’altra ragione importante è l’incapacità di italiani e cinesi di superare le enormi barriere culturali che, nonostante gli immancabili richiami retorici ai viaggi di Marco Polo e Matteo Ricci, separano i due popoli. E quindi anche i loro imprenditori. Alla base, c’è un problema di percezione. Da un lato, i cinesi hanno una visione dell’Italia quantomeno parziale e distorta che ne condiziona inevitabilmente la loro domanda di prodotti Made in Italy. Dall’altro, gli imprenditori italiani nel loro approccio con la Cina hanno due atteggiamenti diametralmente opposti: o sopravalutano il rischio di un investimento oltre la Grande Muraglia, rinunciandovi in partenza; oppure, lo sottostimano affrontando il business cinese senza le dovute cautele e la necessaria attenzione. Un’interessante indagine socio-economica condotta qualche anno fa dal Consolato Generale d’Italia a Canton compendia efficacemente la portata del primo dei due problemi. L’Italia? È la patria del calcio, del cibo e della moda. È un Paese museo che mette in mostra grandi capolavori artistici, proiettato più sul proprio passato che sul proprio futuro. È una Nazione economicamente di gran lunga meno moderna, sviluppata e innovativa di Germania, Francia e Gran Bretagna sia per dimensioni che per livello tecnologico, capace di produrre solo prodotti a basso valore aggiunto come pelle, ceramica, abbigliamento e poco altro. È questa l’immagine sconsolante dell’Italia che emerge dal sondaggio tra i cinesi del Guangdong. Certo, l’indagine sconta una buona dose di ignoranza da parte del campione preso in esame. Probabilmente la stessa ignoranza che verrebbe in luce se, a parti invertite, si decidesse di effettuare un’analoga indagine sulla Cina in qualsiasi provincia italiana. Tuttavia, il senso generale è corretto: spesso i cinesi hanno un’idea confusa, vaga e stereotipata del nostro Paese che considerano un gradino sotto le altre Nazioni europee. Per valutare correttamente l’altro problema, quello della percezione del rischio Cina, servirebbe avere accesso libero agli archivi degli studi legali. Curiosando tra i contenziosi sarebbe possibile comprendere il perché dei tanti fallimenti tricolori oltre la Grande Muraglia: il socio cinese che non sta i patti; quello che ruba i soldi dalla cassa; quello che ti soffia la tecnologia; quello che ti copia la merce e la fa produrre al fratello in una fabbrica a 500 metri di distanza; quello che quando c’è da ricapitalizzare l’azienda si tira indietro e lascia morire la joint venture. Dietro la gran parte di questi naufragi c’è una sola spiegazione: la sottovalutazione iniziale della complessità del business cinese. Un business che nasconde mille insidie e che quindi deve essere affrontato con un’adeguata preparazione strategica. Contrariamente a quanto si possa pensare, infatti, in Cina non s’improvvisa niente. Ho bisogno di un socio cinese? Chi saranno i miei fornitori? Come farò la distribuzione? Come finanzierò l’azienda? Quale e quanta tecnologia trasferirò in Cina? Qual è la normativa fiscale? Come pagherò i contributi previdenziali dei dipendenti? Come mi difenderò dalla contraffazione? Cosa prevedono i regolamenti doganali? Sono queste le domande basilari alle quali bisognerebbe aver dato una risposta precisa, prima di muovere il passo fatidico oltre la Grande Muraglia. Dopo la strategia, gli uomini. La gestione delle consociate cinesi, soprattutto quando si tratta di società in joint venture, richiede un’attenzione particolare alle risorse manageriali. In molti casi, spedire in Cina il primo giovane volenteroso pronto a fare le valige può essere un errore fatale. Al contrario, l’ideale sarebbe inviare in missione permanente un dirigente valido ed esperto capace di reggere la pressione proveniente da un Paese diverso e da un mercato difficile e complesso come quello cinese. Oltre a una strategia chiara e ad un management forte, c’è un terzo ingrediente per minimizzare il rischio Cina: avvalersi di un consulente legale serio e competente che prepari il terreno e appronti tutti i paracadute del caso. Ma attenzione: negli ultimi anni, con il boom della Cina c’è stato anche il boom dei consulenti. State attenti a non cadere nella rete dei ciarlatani (tanti) e mettetevi nelle mani del professionista giusto.
lucavin@attglobal.net
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