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QUALEIMPRESA
 BE CONNECTED
Ma siate sempre voi stessi!
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“Interiorizzate i messaggi da dare con parole vostre, ma soprattutto con emozioni. Siate confortevoli con i vostri difetti e sarete confortati dalla solidarietà di chi vi ascolta. Capitalizzate i vostri punti di forza ed evitate le debolezze: se arrossite, fatelo sorridendo e se vi arrabbiate fatelo fino in fondo”. Enrico Bertolino comico, scrittore, consulente d’azienda e formAttore.
di Coletta Ballerini
Di notte, è cabarettista, attore, conduttore televisivo. Di giorno, invece, formatore di manager e consulente aziendale. È questa la “doppia vita” di Enrico Bertolino, che a “Qualeimpresa” racconta: “Il mio avatar vive con me in una sorta di Second Life fuori dalla rete!”. Favorevole a ogni tipo di comunicazione aperta dai vari messenger, dalle diverse community virtuali e dai blog - purché “tutto questo navigare nel web non impedisca di conoscere meglio il proprio vicino di casa!” - Bertolino ci dà qualche “sano” suggerimento per migliorare il nostro modo di relazionarci con l’altro. Pur consapevole che la comunicazione in pubblico, oggi, è diventata una disciplina sempre più soggettiva, ribadisce che non esistono ricette universali. L’unico consiglio da seguire - forse apparentemente banale, ma valido per tutti - è di “essere sempre se stessi”. Valorizzando i propri punti di forza e tentando di superare quelli di debolezza. È questo il solo modo per esprimere il proprio “io” senza alterarlo. Parola di chi ha fatto della comunicazione, nelle sue più svariate forme, il proprio hobby e il proprio mestiere. Dallo sportello di una Banca al palcoscenico di un teatro. Difficile definire la tua carriera! Hai deciso di cimentarti nei diversi campi dello spettacolo e della comunicazione: dal cabaret alla radio, dalla televisione fino alle esperienze cinematografiche. Ma sei anche comico, scrittore, consulente d’azienda. Hai inventato una nuova professione: quella del “FormAttore”. Ma cosa insegni ai manager che vengono a lezione da te? Più che una professione, direi un hobby lavorativo, ovvero ho avuto la fortuna di poter trasformare ciò che prima era il mio passatempo (il cabaret) nel mio lavoro, e il mio lavoro (la formazione) nel passatempo preferito. Il tutto fa parte di ciò che cerco di trasmettere durante gli eventi formativi o le convention aziendali: l’importanza della dimensione ludica di un lavoro, che permette di mantenere viva la curiosità, la volontà di apprendere e la motivazione a fare. Il tutto con qualche piccolo rudimento di comunicazione, dato che il mio hobby prevede che se sei il comico più divertente del mondo ma non lo sai comunicare (anche con la timidezza o la gestualità e non solo a parole), probabilmente, non avrai mercato per i prossimi anni. Anche per il management, valgono le regole del teatro e della comicità. Infatti, abbiamo avuto - ahinoi! - molti esempi di manager comici o teatrali, purtroppo spesso senza volerlo essere. Numerosi sono coloro che, nel corso degli anni, hanno provato a teorizzare il metodo giusto per acquisire sicurezza nel parlare in pubblico e comunicare in modo efficace. Quali sono i tuoi suggerimenti in tal senso? Esiste un vademecum del perfetto comunicatore, da sintetizzare in qualche mossa? Sembrerà terribilmente banale, ma il suggerimento più importante è quello che in inglese fa molto effetto: Be Yourselves!, ovvero siate voi stessi, cercando di leggere il meno possibile e interiorizzare piuttosto i messaggi che dovete dare spiegandoli con parole, ma soprattutto con emozioni, esclusivamente vostre. Siate confortevoli con i vostri difetti e sarete confortati dalla solidarietà di chi vi ascolta. Niente di peggio di un timido che fa l’aggressivo, o di una persona seria che fa le battute. Un’altra mossa importante è quella di raccogliere più informazioni possibili sul vostro uditorio, ovvero sapere a chi parlate e non solo di che cosa. Ho visto molti accademici in difficoltà, durante interventi aziendali, perché pensavano di parlare ai loro allievi mentre, invece, avevano una platea di manager o di imprenditori. E infine capitalizzare i propri punti di forza ed evitare le debolezze conclamate; ovvero se arrossite fatelo sorridendo e se vi arrabbiate fatelo fino in fondo. Altri suggerimenti generici non mi sento di darli, perché la comunicazione in pubblico sta diventando una disciplina sempre più soggettiva e non ci sono più ricette universali. Nelle aziende c’è bisogno di ridere, di imparare a gestire la tensione per poi riuscire a relazionarsi meglio con gli altri. “Lo stress non si può cancellare - hai detto in un’intervista - ma ci si può convivere. L’importante è valorizzare lo humor”. Come? Ce lo spieghi, raccontandoci uno dei tuoi proverbiali aneddoti? La valorizzazione dello humor presuppone una certezza, ovvero quella di averlo come dote e non come ostacolo. Lo stress può giocare brutti scherzi. Un caro amico cliente aveva, per esempio, il problema (non da poco) di svenire per l’emozione prima di ogni conferenza. A un convegno di Pubblicitari a Montecarlo, salì sul podio ed ebbe il tempo di dire “Scusate signore e signori, ma io svengo…” e cadde a terra in modo abbastanza goffo e plateale. La gente gli tributò una standin ovation, per l’idea originale. Ancora oggi, non sanno che era svenuto per davvero. Lo humor può essere una chiave che risolve, sdrammatizza e crea rapporto con il pubblico, ma deve essere cucito come un vestito elegante per fare bella figura, ovvero su misura. Anche una persona flemmatica e poco incline alla battuta può usarlo, purché sia nel suo stile e non crei disagio per primo a lei o a lui. Per esempio, ho conosciuto uno speaker anglosassone molto compassato che sapeva far ridere il suo uditorio all’inizio con una battuta (quasi sempre quella) che funzionava sempre e alleggeriva la tensione iniziale. Appena salito sul palco, infatti, diceva “Signore e Signori, io sono qui per parlare, voi siete qui per ascoltare, se qualcuno di voi finisce prima me lo faccia sapere”. Dai tuoi libri, così come dai tuoi sketch televisivi emerge spesso un modello di manager incapace di “staccare la spina”. Ovunque lui vada, l’ufficio lo segue sempre e le informazioni lo raggiungono senza via di scampo. Un cellulare che squilla, un Pc portatile che richiama all’ordine, una connessione internet sempre a disposizione. Tutta colpa dei moderni strumenti di comunicazione, allora? No. Io penso che la colpa, o la sudditanza, sia sempre del manager, ovvero della persona, rispetto alla tecnologia. Perché sia il Pc che il Palmare si possono spegnere e, se non lo si fa, si penalizza seriamente la terza “P”, il Pensiero, che è sempre stata è e rimarrà sempre l’attività per cui il manager riceve uno stipendio più alto dei suoi collaboratori. Il problema è che la ricarica del Pc e del Palmare richiede qualche ora di allacciamento a una presa di corrente, la ricarica del Pensiero può comportare mesi o anche anni nei casi più gravi e costare, all’azienda e alla persona, molto di più della bolletta elettrica. Viviamo in un’era in cui, spesso, si fa fatica a distinguere la vita reale dai mondi virtuali che ci vengono offerti dal progresso tecnologico. Chat, mail, universi web paralleli sono ormai “pane quotidiano” per milioni di utenti. Anche per te? Non dirmi che non hai un avatar che vive un’altra esistenza su Second Life? Il mio avatar vive con me in una sorta di Second Life fuori dalla rete, ovvero il comico cabarettista deve convivere con il formatore e comunicatore aziendale. Il tutto evitando momenti “Jeckil & Hide”, in cui si perde la percezione di cosa si sta facendo e soprattutto davanti a chi. Per me, avere un avatar su Second Life, sarebbe una fuga da una realtà virtuale che, per quanto edulcorata e divertente, non mi darebbe mai le stesse sensazioni di una conferenza riuscita o di uno spettacolo dove la gente esce pensando divertita perché si è divertita a pensare. Il web ha aperto una nuova strada per favorire l’interazione sociale. Milioni di persone comunicano con amici e conoscenti sparsi in tutto il mondo, spesso anche senza averli mai incontrati di persona. Enormi community unite in una fitta rete di rapporti virtuali. È la forza del social networking. Che ne pensi di questo inarrestabile fenomeno? Cos’altro credi ci possa riservare lo sviluppo delle attuali forme di comunicazione? Sulla comunicazione aperta dai vari messenger, dalle varie community virtuali e dai blog non posso che essere favorevole, purché tutto questo navigare nel mondo non ci impedisca di conoscere meglio il nostro vicino di casa. Io stesso mi avvalgo del social network per seguire i lavori della Onlus fondata in Brasile “Vida a Pititinga” (www.pititinga.org), comunicando costantemente con i responsabili in loco e con i miei collaboratori brasiliani. Ovviamente, però, il primo passo è stato quello di guadagnare la loro fiducia e di poter loro insegnare a usare questi strumenti, il che presuppone che la prima forma di social networking è la conoscenza, l’ascolto e la condivisione delle competenze. Paradossalmente, credo che il futuro della comunicazione, soprattutto quella interpersonale, debba riscoprire e rivalutare il meglio del passato. Ossia, iniziare a comunicare con le persone, e non attraverso le persone, il che implica la più alta forma di interazione: la passione per ciò che si fa e per gli altri e la volontà di farsi capire. Partendo da questo presupposto, penso che in futuro si potrà comunicare con entusiasmo per farsi capire meglio e per sconfiggere definitivamente l’apatia di chi ascolta, che deriva direttamente da quella di chi ci parla. A-Patia deriva dal greco A-Pathos…ovvero senza Passione.
colettaballerini@comunicazione2000.com
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