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Perché vivere un'esistenza parallela su Second Life?










“Tanta gente ama avere rapporti per e-mail perché, anche se sei un cane, su Internet non se ne accorge nessuno. Ma se la tua personalità non ti soddisfa, fai qualcosa per migliorarla veramente, non per finta!”. Il suggerimento di Roberto Vacca.



di Elena Mastroieni

Chi non vorrebbe avere una seconda vita? Oggi si può, con Second Life. Un universo web, interamente tridimensionale, creato nel 2003 dalla società americana Linden Lab. Un milione di italiani ha deciso di “prendere casa” in questa terra virtuale, fatta di bit e di pixel, di proprietà di tutti e di nessuno. Politici, imprenditori, artisti e tanta gente comune. Ciascuno con il suo avatar, una sorta di alter ego o seconda identità, e con uno spazio progettato secondo i propri gusti ed esigenze.
Un successo sociale e mediatico inatteso che da un lato attrae ma dall’altro inquieta e infastidisce. Lasciarsi trasportare dall’immediato, adolescenziale desiderio d’evasione dalla quotidianità, abbandonare la “solita” identità e la routine che ne deriva, cosa può comportare? A quali rischi si può esporre l’utente più “sprovveduto”? Abbiamo provato a dare una risposta a questi interrogativi insieme all’autorevole testimonianza di Roberto Vacca: ingegnere, scrittore, futurologo, ricercatore e divulgatore scientifico-tecnologico.
In genere, si tende a esaltare in maniera spasmodica o a demonizzare drammaticamente tutto ciò che internet propone. Da Second Life (la promettente community dove tutti hanno la possibilità di vivere una seconda esistenza) al Next Web. Sembra ormai esploso il fenomeno dei mondi virtuali. Semplice moda o vera opportunità per il business?
Non ha senso approvare tutto, né rifiutare tutto di un fenomeno/movimento vasto e interessante come il Web. Contiene un’enorme ricchezza di dati, informazioni, conoscenze rese disponibili da benefattori (spesso anonimi). Però, oggetti e funzioni nuovi non sono necessariamente migliori, né desiderabili. Per esempio, i nuovi sistemi operativi - che contengono molte decine di milioni di linee di codice - sono spesso ingombranti e rallentano hardware velocissimi, mentre non contengono difese adeguate di sicurezza. Second Life è un ulteriore tentativo di rendere tutto comprensibile e fruibile a vista, al primo contatto. Non funzionano così le cose: per capire, ci vuole tempo e sforzo. Per quanto riguarda la seconda esistenza, chiediamoci: “Perché qualcuno può desiderare di costruirsi una personalità diversa dalla propria, completa di curriculum, carattere, aspetto fisico?”. La risposta è nella vecchia battuta: “Tanta gente ama avere rapporti per e-mail perché, anche se sei un cane, su Internet non se ne accorge nessuno”. Ma se la tua personalità non ti soddisfa, fai qualcosa per migliorarla veramente, non per finta!
C’è chi li paragona a un gioco, ma in realtà Second Life, così come gli altri mondi web di nuova generazione, non prevedono situazioni in cui qualcuno vince e qualcun altro perde. A differenza dei normali giochi 3-D on-line, ogni personaggio che partecipa alla “seconda vita” corrisponde a un “reale” giocatore. In Second Life, sono finiti Sarkozy e la Royal a farsi campagna elettorale, così come alcuni cantanti vi hanno lanciato il proprio ultimo lavoro. Harvard è in Second Life, così come la Turner Communication. Si potrebbe forse pensare a una nuova era dei media?
Già se Second Life fosse solo un gioco, rappresenterebbe una grossa perdita di tempo. Politici, aziende ed enti che la usano e si inseriscono, dimostrano scarso gusto e grave incapacità di comunicare. Pare che alcune aziende sfruttino il sistema. È sorprendente e triste che la NASA si sia aggregata a questo carro. Ha creato CoLab, un laboratorio collaborativo situato su un’isola (virtuale), in cui invita a riunioni settimanali appassionati dell’aerospaziale che contribuiscano con idee e proposte a diffondere la cultura NASA, partecipino al progetto del laboratorio virtuale e imparino a capire l’ambiente, dalle profondità marine all’alta atmosfera, fino ai ghiacciai. Il CoLab organizza un corso di istruzione mirato a realizzare anche un modello virtuale della International Space Station. Ma non è così che si impara a conoscere l’ambiente o a operare nello spazio. Occorre piuttosto studiare buoni testi e poi sperimentare nella realtà.
Gli sviluppi del web ricalcano il modello della Cina: grande dinamismo, attrazione di business e di talenti verso una realtà dove tutto è da fare e da costruire. Cosa può succedere ancora in rete? Non crede che si tratti di un fenomeno temporaneo destinato a sgonfiarsi? Tra gli scettici, alcuni studiosi della Bocconi sostengono peraltro che, a ben guardare, il giro d’affari dei mondi virtuali sia “ristretto” sia come valore che come numero di veri imprenditori. E che, a conti fatti, solo chi arriva primo vince. Lei che ne pensa?
Il giro d’affari è scarso e pare sia costituito, in parte, da offerte di giochi d’azzardo. La similitudine con la Cina non è, a mio avviso, del tutto calzante: in quel Paese, si studia sodo, si inventa e si costruiscono oggetti e sistemi reali. Sebbene qualcuno sostenga che non si sbaglia mai a considerare infimo il livello intellettuale del pubblico, non credo che vinca sempre chi arriva primo. Sul medio e lungo termine, vince chi offre valore innovativo e reale, ancora non prodotto dalla concorrenza.
I nuovi strumenti e le innovative forme di comunicazione consentite da internet pongono problemi istituzionali, giuridici ed economici. Ma anche culturali: architetture nuove, arte digitale, mode. Per non parlare dei quesiti antropologici, psicologici e identitari che sollevano. Quali sono gli aspetti che secondo lei meriterebbero maggiore attenzione e che invece, oggi, sono trattati solo superficialmente?
Credo che di aspetti istituzionali, giuridici ed economici si parli anche troppo. Di aspetti culturali, invece, se ne parla poco e male, identificandoli in spettacoli, arte, moda e architettura. Non sono questi gli elementi che rendono la società più colta, inventiva, controversa, produttiva, stabile. La cultura importante è dentro la testa delle persone. Gli individui che capiscono il mondo (naturale e artificiale) sono più interessanti, producono più valore aggiunto, non sprecano risorse e tempo per chiacchierare su rischi inesistenti e per difendersene, generano idee nuove da cui promanano progetti, macchine, servizi e manifestazioni artistiche durature, non sprazzi di mode volatili. Perché cresca il numero di persone così fatte non serve usare pupazzi virtuali. Occorre usare i mass media per presentare discorsi, immagini, testi, film interessanti; non per offrire dibattiti instant, pillole di conoscenza, programmi ripetitivi e inani di gossip, cucina, sport. L’arte di comunicare bene (poco diffusa) non va usata per veicolare le cose appena dette, ma per instradare il pubblico a capire i meccanismi del mondo, ad acquisire conoscenza e saggezza assorbendo “gaja scienza”, non solo nozioni staccate e discorsi astratti.
Sony, Lego, Disney sono esempi di società che stanno realizzando universi simili a quello di Second life. Qual è il futuro, in termini economici e sociologici, di questi continenti virtuali? Inizieranno a comunicare tra loro? E il web diventerà tutto 3D? Oppure, in realtà, non è tutto oro quello che luccica?
Se Lego, Sony e Disney si consorziano, produrranno delle Play Station glorificate. Non è importante che tutto sia in 3D, va bene anche il bianco e nero, se si pensa in modo giusto. In rete, è apparsa una satira spiritosa di Second Life (www.getafirstlife.com). È una pagina sola e dice: “Siamo un mondo analogico (e non digitale) in 3D. Abbiamo 6 miliardi e mezzo di associati. Oggi hanno guardato 80 miliardi di ore di TV. Ne sono nati altri 365.000 e ne sono morti 152.000. Consiglia: ‘Fornicate usando i vostri veri genitali’. Chiede: ‘Com’è la vita per chi non vola: pinguini, cucchiai, tu?’”.
C’è chi teme che il progresso tecnologico possa seriamente minacciare l’ambiente nel quale viviamo. Sotto diversi punti di vista. Ma, in futuro, l’uomo sarà in grado di preservarlo meglio? Avrà la consapevolezza e la razionalità per porre un freno a un eventuale sviluppo distruttivo e degenerativo?
Per conservare e proteggere l’ambiente, non bisogna prendere precauzioni estreme e disinformate. Chi propone progetti e campagne avventate, senza aver studiato e capito i meccanismi, i processi in atto, le enormi variazioni naturali, gli impatti delle opere umane (positivi e negativi), può causare gravi sconcerti, peggiorando ogni situazione attuale. Occorre investire in ricerca e sviluppo (l’industria italiana porta ritardo gravissimo nel settore!) e bisogna aiutare il pubblico più vasto a capire come funzionano le cose e quali siano i comportamenti più ragionevoli e costruttivi. Le esortazioni astratte a “comportarsi bene”, seguendo semplici regolette, sono del tutto inadeguate.

elenamastroieni@comunicazione2000.com




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