 |
 |
 |
 |
 |
QUALEIMPRESA
 BE CONNECTED
Dalla fornace al gomitolo
|
 |
 |
|
 |
“Connettersi significa entrare in dialogo, far parte della conversazione. La conversazione non è un filo teso tra due persone che parlano, ma un gomitolo che a volte s’ingarbuglia”.
di Enrico Beltramini Professore di Organizzazione Aziendale Università Cattolica Milano
San Francisco. È il 1774 quando Matthew Boulton (1728-1809) entra in partnership con James Watt (1736-1819); nasce così la Boulton & Watt. Boulton già prima di incontrare Watt è considerato “the first manufacturing in England” (1). La sua Soho Manufacturing impiega ottocento dipendenti che lavorano scatole di metallo, spade, catene, ecc.. La sua casa, Soho House, è la prima a Londra con il riscaldamento centralizzato. Due anni dopo, nel 1776, i due partner presentano la macchina a vapore di Watt alla fiera di Birmingham, ed è subito un successo. La macchina a vapore “rapidly became indispensable to the coal industry and then cotton mills” (2). La particolarità della macchina a vapore (o macchina termica) è che - banalmente - può ricevere, accumulare, trasmettere calore. Prima di allora, le imprese avevano lavorato con un altro tipo di macchine: le macchine semplici. Le macchine semplici sono quelle che lavorano con le fonti di energia naturali: vento, animali, acqua. Non è un caso che la rivoluzione industriale nasce intorno ai mulini. L’industria ha bisogno di energia e l’energia a disposizione in quel periodo in Gran Bretagna è appunto quella delle forze naturali. Ed ecco che Watt fa prendere all’impresa una strada diversa: la strada delle macchine termiche. Il passaggio dalla macchina semplice alla macchina termica è il punto di passaggio dalla prima industrializzazione alla seconda. La principale differenza tra una macchina semplice e una macchina termica è che della prima studiamo la natura, della seconda l’uso; della prima siamo osservatori, della seconda operatori. Il motore meccanico restituisce sotto forma di lavoro l’energia che ha ricevuto, il motore termico produce un cambiamento di stato. Il primo è passivo, il secondo attivo, nel senso che produce movimento. Inoltre, il cambiamento di stato prodotto deve essere compensato da un secondo processo che riporti la macchina indietro allo stato iniziale: abbiamo quindi un processo di riscaldamento, in cui l’energia si trasforma in lavoro, e poi un processo di raffreddamento, in cui la macchina torna allo stato iniziale attraverso la cessione del calore all’ambiente. Ovviamente, il rapporto tra lavoro e rendimento è cruciale. Pensiamo alla locomotiva: tanto carbone, tanto movimento. L’immagine del treno che solca la prateria, la locomotiva che trasforma carbone in movimento, è il simbolo dell’irreversibilità: nessuna macchina termica può restituire il carbone che ha consumato. Il simbolo dell’industria è la fornace. Esiste una relazione stretta tra scienza del calore e sviluppo dell’era industriale. Infatti, la seconda funziona secondo i principi della prima. Per esempio, pensiamo al tema delle risorse necessarie: esso nasce sul principio che la macchina termica è un meccanismo in via di esaurimento. Il principio di scarsità delle risorse si sviluppa a partire dall’immagine del motore che si ferma per mancanza di carbone. Già Jevons cita gli allarmisti che, nella seconda parte del XIX secolo, profetizzavano l’esaurimento delle scorte di carbone e quindi la crisi del capitalismo (3). Ecco allora spiegata l’enfasi che la crescita assume nella mitologia dell’impresa, cioè quella dinamica ascensionale per definizione che poi altro non è che il movimento di accumulazione di capitale; esso è indispensabile per l’impresa perché lavora in senso uguale e contrario a quello della macchina e tenta così di rallentare o addirittura impedirne l’esaurimento. Dall’immagine di una macchina che consuma ecco l’elaborazione di un principio di accumulazione. La macchina termica è il dramma dell’esaurimento dell’energia. Il calore si dissipa. Ecco perché l’attività delle imprese “non è un processo puramente meccanico e reversibile, ma di natura entropica” (4). Le risorse finiscono se non sono rigenerate. Il capitalismo è una macchina termica. Ma allora, perché quando parliamo d’impresa, il nostro vocabolario immediatamente si popola d’immagini legate all’equilibrio e alla programmazione, come se l’impresa potesse essere continuamente portata a un punto di equilibrio statico dopo ogni fase di movimento; come se fosse possibile prevedere il risultato del suo movimento ciclico? Non è forse questa l’immagine di una macchina semplice? Perché, quando pensiamo all’impresa, è l’immagine dell’orologio, e non quella della fornace, che occupa permanentemente la nostra mente? Ovviamente, la domanda si porta appresso problematiche di natura molto complessa; tuttavia, in via sintetica possiamo dire che - per uno strano caso del destino - proprio mentre all’Università di Edimburgo Adam Smith scrive “La Ricchezza delle Nazioni”, il libro fondativo della scienza economica, nella stessa Università, James Watt costruiva la prima macchina a vapore. Insomma, la rivoluzione industriale di cui scriveva Smith era quella delle macchine semplici. È interessante ripercorrere le principali tappe della ricerca economica teorica del XIX secolo, che mantiene e manterrà sempre nel suo cuore la visione di un’economia che segue poche leggi universali, che è naturalmente portata all’equilibrio e all’ordine; che è prevedibile, certa, responsabile e reversibile. La scienza economica nasce newtoniana, parla cioè di leggi universali e massa inerme, di reversibilità (la temporalità è illusione) e determinismo, di equilibrio e di ordine. Dall’altra parte, abbiamo il mondo delle imprese, che vive costantemente il problema di sfuggire al dramma dell’estinzione. Scrive Michel Serres: “Il secolo che sta finendo (...) si era aperto con la stabilità regale del sistema solare. Ora è pieno di angoscia, di fronte alle implacabili degradazioni del fuoco (...) una termogonia del fuoco che deve o spegnersi o distruggere, immancabilmente” (5). Insomma, quello che studiamo sui libri non è quello che facciamo in azienda. Che cosa ha tutto questo a che fare con la connessione? Niente. Assolutamente niente. E questo è il punto. Proverò a spiegarmi. La connessione è un altro termine per “conversazione”. La conversazione ha a che fare con la grammatica e la sintassi; con la reciproca comprensione e la costruzione di un orizzonte di significato condiviso. Connettersi significa entrare in dialogo, far parte della conversazione. Ovviamente, la conversazione non è un filo teso tra due persone che parlano, ma un gomitolo che a volte s’ingarbuglia. Allora, bisogna aver pazienza, non si può tirare. Insomma, ci sono delle regole grammaticali da seguire. La conversazione è affare di linguisti, di filosofi e di scrittori, non d’ingegneri e di fisici. Nella conversazione non emergono problemi di accumulazione o di scarsità, e anche il tema della reversibilità o irreversibilità diventa ininfluente. Non ci sono programmazioni da fare e neppure leggi da scoprire. Tutti sappiamo parlare, è un’attitudine che impariamo da piccoli; bene, questo è il nuovo orizzonte della nostra attività economica. Questo è la connessione. Come detto, tutto questo non ha niente a che fare con Adam Smith e James Watt. Meglio sarebbe allora prenderne atto e sbarazzarsi di tutte quelle immagini che abbiamo studiato a scuola e abbiamo imparato in azienda, e che ancora popolano la nostra mente. Esse ci impediscono di assumere la postura antropologica corretta per dialogare. Non c’è niente di più patetico di coloro che interpretano la rete come una macchina semplice, e maneggiano Internet come se fosse una fornace. Insomma, non si possono servire due padroni: dobbiamo decidere qual è l’orizzonte di senso che assumiamo, per procedere nella nostra attività economica. Fuor di metafora, quale tra la fornace e Internet scegliamo come nostra piattaforma economica. Una volta compiuta questa scelta, una volta assunta la postura corretta, allora non avremo più bisogno di articoli sulla connessione, perché saremo connessi. E il divertimento potrà iniziare.
e.beltramini@enricobeltramini.com
1: Micklethwait, J., e Wooldridge, A., The Company, New York and Toronto: Modern Library Edition, 2003, 42. 2: ibidem. 3: Jevons, W.S., Theory of Political Economy, first edition, 1871. 4: Latouche, S., Come Sopravvivere allo Sviluppo, Torino: Bollati Boringhieri, 2005, 76 5 : Stinger, Prigogine, I. and Stengers, I., La Nouvelle Alliance. Métamorphose de la Science (Tr. It., La Nuova Alleanza, Torino: Einaudi, 1981, 119, nota).
|
 |

|
|