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QUALEIMPRESA

CAPRI 2007 - Tesi G.I.
La libertà economica. Libera Impresa in Libero Stato











di Matteo Colaninno
Presidente Nazionale Giovani Imprenditori Confindustria


Cari amici,
“la libertà non è altro che la possibilità di essere migliori” scriveva Albert Camus.
L’Index of Economic Freedom rivela che l’Italia è all’ultimo posto tra i Paesi avanzati nella classifica della libertà economica.
La nostra posizione peggiora di anno in anno. Stiamo sfidando la corrente della storia, che conduce nella direzione opposta: verso la “liberazione” delle economie del pianeta.
Secondo gli analisti dell’Heritage Foundation, le energie private degli italiani sono imprigionate dall’invasività del pubblico nell’economia, dal peso della pressione fiscale, dallo scarso rispetto del diritto e dei diritti.
Non può stupire, in questo scenario, la nostra incapacità di attrarre investimenti dall’estero: solo il 2,2% del totale mondiale, contro l’8% del Regno Unito, il 5,9% della Francia e il 5% della Germania. Stiamo perdendo occasioni importanti, forse irripetibili, per intercettare i capitali industriali e finanziari delle economie emergenti.
Tutto ciò svela un grande paradosso. L’Italia è il Paese con la più alta vocazione imprenditoriale del mondo avanzato. È il Paese più ricco di imprenditori e di idee. Ma al suo interno fare impresa non è considerato il primo driver di sviluppo, di innovazione, di benessere dell’era globale. È percepito, invece, quasi come un “male necessario”.
Il deficit di libertà economica, dunque, è oggi la vera grande ipoteca sul futuro dell’Italia.

I nemici della libertà economica in ItaliaSono tanti, troppi i nemici della libertà economica in Italia. Sono gli alfieri di ideologie estreme, di culture di fine Ottocento che la storia si è già incaricata di archiviare. Sono i fautori dell’antica ricetta “tassa e spendi”, convinti che lo Stato debba essere ovunque e per chiunque. Sono i burocrati del “diritto di veto permanente”, che pensano di dar lustro alla loro piccola o grande funzione amministrativa bloccando, frenando, eccependo.
Ma chi difende - oggi in Italia - la libertà economica? Chi sono, dove si nascondono gli eredi di Einaudi e di Gobetti?
Eppure, la libertà economica non è soltanto il più potente generatore di crescita, di benessere, di innovazione del XXI secolo. Non è semplicemente una strategia di politica economica e sociale. Come ha affermato José Maria Aznar “la libertà economica deve essere difesa e promossa perché è un diritto della persona, non negoziabile”.

No allo sciopero fiscale. L’Italia ha bisogno di una riconciliazione fiscale
Nel 2006, gli italiani hanno pagato più di 60 tasse, tra imposte e tributi. Hanno dovuto destinare oltre 600 miliardi di euro alla fiscalità e alla previdenza pubblica.
È impressionante, in particolare, l’aumento delle tasse a livello locale: negli ultimi dieci anni le entrate fiscali di Regioni, Comuni e Province sono aumentate di oltre il 110%, contro una crescita del Pil del 20%.
“Il modo ancor m’offende” diceva Francesca a Dante, nel raccontare il suo amore per Paolo nel quinto canto dell’Inferno. Potrebbe dirlo anche il contribuente italiano: ancor più del livello delle aliquote, sono le modalità del prelievo a creare insofferenza verso i tributi.
Secondo una recente indagine, più del 90% degli imprenditori valuta il sistema fiscale non chiaro, poco trasparente e dominato dall’incertezza. Il fisco italiano soffre di instabilità e incoerenza: il continuo mutamento delle scelte del legislatore - alcune accompagnate addirittura da effetti retroattivi - la complessità dei tributi, l’incredibile varietà di interpretazioni applicative hanno privato gli imprenditori italiani di certezze, stravolgendo i piani di investimento delle imprese, rendendo le scelte degli imprenditori ostaggio di variabili imprevedibili e impreviste.
Questa instabilità, questa profonda incoerenza sono le tasse occulte più pesanti, più odiose, più pericolose. Nella Finanziaria 2008 cogliamo, da questo punto di vista, un grande segnale di svolta: l’eliminazione del “doppio binario” tra il bilancio civilistico e quello fiscale è una novità che porrebbe il sistema tributario italiano all’avanguardia in Europa.
I sondaggi rivelano che oggi quasi metà degli italiani considera opportuno non pagare i tributi, nel momento in cui ritiene che lo Stato spenda male i soldi dei contribuenti.
Vogliamo dirlo in modo netto e inequivocabile. Mai si alzerà da questo palco e dalle voci dei Giovani Imprenditori l’invocazione dello sciopero fiscale.
E non soltanto per ragioni “etiche”, perché non vogliamo abbandonare quel senso civico che caratterizza l’azione di un ceto dirigente maturo. Siamo consapevoli, infatti, che in Italia godiamo da decenni di una copertura di servizi pubblici universale, che produce benessere sociale e impedisce la creazione di quelle fratture che rendono più instabili molte altre società avanzate.
Ma c’è un altro buon motivo che ci impedisce di cadere nella “trappola” dello sciopero fiscale.
Noi Giovani Imprenditori, noi imprenditori sappiamo che gli evasori non sono in questa sala, non sono nelle nostre Associazioni, non sono in Confindustria.
Se pensiamo ai nostri interessi e alle nostre realtà d’impresa, al contributo che ogni giorno diamo alla crescita dell’Italia e delle nostre comunità, dobbiamo evitare e rifiutare provocazioni simili.
Lasciamo che a evocare il fantasma dello sciopero fiscale siano i veri evasori. Non siamo noi.
Chiediamo a gran voce, invece, che sia radicalmente cambiato il rapporto tra fisco e imprenditori. Abbiamo bisogno di dosi massicce di semplificazione fiscale. Abbiamo bisogno di un fisco più giusto e più equo, che non penalizzi la creazione di valore, gli investimenti, l’innovazione e l’occupazione. Abbiamo bisogno di un fisco più coerente, capace di fornire agli imprenditori non più rivolgimenti continui, ma certezze.
L’Italia ha bisogno di una riconciliazione fiscale. Sarebbe il principale antidoto all’antipolitica. La strada maestra per riavvicinare politica e società, Stato e imprenditori, pubblico e privato.

Il “pregiudizio di inaffidabilità” dell’Italia: più rigore nella gestione dei conti pubblici, più qualità del capitale pubblico
Dopo il downgrading emesso dalle principali agenzie di rating sul nostro debito pubblico nell’ottobre del 2006, le condizioni di finanza pubblica dell’Italia sono costantemente sotto i riflettori delle istituzioni internazionali e degli operatori economici. Da questo punto di vista, l’Italia rappresenta un’anomalia tra i Paesi più avanzati: siamo costretti a scontare un “pregiudizio di inaffidabilità”, che ci impone un rigore assoluto nella gestione dei conti pubblici.
“La disciplina di bilancio è requisito essenziale perché l’Italia riesca ad aumentare il potenziale di crescita, vera sfida dell’economia italiana” ha affermato di recente il Direttore Generale del Fondo Monetario Internazionale. L’obiettivo del pareggio strutturale di bilancio nel 2011, fissato dal Dpef, è dunque essenziale per la credibilità internazionale e per il futuro dell’Italia. Ma non può essere raggiunto con un aumento della pressione fiscale né con una riduzione della spesa pubblica per investimenti.
Non resta, dunque, che agire sulla spesa corrente primaria. È l’unica strada per cambiare l’orizzonte delle nostre politiche economiche, per evitare che nei prossimi anni il Governo sia costretto o indotto a vessare cittadini e imprese con nuove tasse.
Come evidenzia il Libro Verde sulla spesa pubblica, l’Italia è come un’azienda fortemente indebitata e sottocapitalizzata. Negli stessi anni in cui accumulava debito pubblico, infatti, il nostro Paese consumava e deteriorava anche il suo “capitale pubblico”: dalle infrastrutture al personale delle Pubbliche Amministrazioni, dal territorio alla qualità dell’ambiente.
Oggi il rapporto tra tasse e spesa sociale in Italia è caratterizzato da una fortissima inefficienza, di cui pagano il conto imprese e cittadini: nel nostro Paese l’incidenza fiscale è pari al 27,7% del Pil, mentre la spesa sociale - al netto di assegni pensionistici e indennità di disoccupazione - vale solo il 9,6%. È impietoso il benchmark con Francia e Germania, dove a fronte di un’imposizione fiscale più bassa la spesa sociale è molto superiore, raggiungendo il 15,1% del Pil in Francia e il 14,6% in Germania.
In sostanza gli italiani pagano allo Stato più degli altri cittadini europei, per ricevere molto meno.
Il nostro Paese è costretto a destinare ogni anno cinque punti di Pil a servizio degli interessi sul debito pubblico. Se la spesa per interessi e per le pensioni fosse in linea con quella delle altre grandi economie europee, il bilancio pubblico italiano avrebbe a disposizione per investimenti - ogni anno - 70 miliardi di euro in più.
Ma oggi non dobbiamo fare i conti soltanto con i debiti ereditati dalla “saga della spesa pubblica” degli anni ’70 e ’80. Non siamo soltanto costretti - passivamente - a saldare le cambiali del nostro passato prossimo. Abbiamo anche una leva d’azione disponibile, che può rivelarsi decisiva per migliorare il rapporto Stato-cittadini.
Secondo gli indicatori elaborati dalla Commissione Europea, la qualità della spesa pubblica italiana è - insieme a quella greca - la peggiore dell’Unione Europea a 15. “Riqualificare la spesa pubblica è un imperativo urgente e ineludibile per lo Stato, le Regioni, le Province e i Comuni”: è pienamente condivisibile quanto scritto nel Libro Verde da Tommaso Padoa Schioppa.
Nonostante gli sforzi di razionalizzazione compiuti nell’ultimo decennio, le Pubbliche Amministrazioni italiane - come ha denunciato di recente l’Autorità Antitrust - sembrano vivere ancora in un mondo a parte: troppo costose, troppo lontane dai bisogni effettivi di cittadini e imprese.
Riformare la spesa pubblica rimarrà una missione impossibile, finché non adotteremo il modello inglese della spending review. Lo avevamo chiesto con forza già a Santa Margherita Ligure: le risorse destinate alle amministrazioni centrali e locali non possono essere assegnate una volta per tutte e incrementate senza alcuna verifica, per inerzia, da ogni legge di bilancio. Piuttosto, devono essere fissate anno per anno - a seguito della congruità con i risultati conseguiti - sulla base di una contabilità di tipo industriale.
Ma oggi il 75% della spesa pubblica italiana è incomprimibile: si tratta di stipendi, pensioni, interessi per il debito pubblico. Se si vogliono evitare semplici maquillage, dunque, non c’è alternativa credibile: sono necessarie misure impopolari.
La strategia del blocco del turn over dei dipendenti pubblici, perseguita negli ultimi anni, è insufficiente e pericolosa: incide in modo marginale sugli organici, non seleziona tra funzioni e persone utili e inutili, determina un rapido invecchiamento del personale pubblico.
Bisogna avere il coraggio di ridurre gli oltre 4 milioni di dipendenti pubblici. Ogni amministrazione pubblica dovrebbe valutare i dipendenti che servono rispetto alle funzioni svolte e definire un piano di prepensionamenti o di licenziamenti, seguendo un principio meritocratico, così come è stato fatto negli ultimi anni dal Governo Blair. Ma è altrettanto necessario investire sulla selezione e sulla formazione di capitale umano, consentendo l’ingresso selettivo nel settore pubblico di giovani capaci e preparati. Il progetto Nicolais sul pubblico impiego sembra muoversi, finalmente, in questa direzione.
Ma non possiamo rischiare di cadere in facili demagogie, in affermazioni roboanti quanto inutili. È fuorviante pensare che in Italia si possa - con un colpo di bacchetta magica - “affamare la bestia”, come direbbero i duri e puri del liberismo anglosassone. Possiamo e dobbiamo, però, spendere meno per spendere meglio.
È così impensabile realizzare anche in Italia la riduzione “intelligente” della spesa pubblica, che sta lanciando la Germania nella corsa al pareggio di bilancio? A partire dal 2003, governi di colore diverso stanno perseguendo da Berlino un grande obiettivo comune: ridurre la spesa pubblica dell’1% l’anno rispetto al Pil. Rivisitando gli ammortizzatori sociali, allungando l’età pensionabile, razionalizzando gli organici pubblici, riformando il finanziamento del sistema sanitario, trasformando spese passive in investimenti.
Investire in capitale fisico e umano, ridurre il peso del debito pubblico, migliorare i servizi primari. In sostanza, aumentare la qualità della risposta pubblica ai bisogni dei cittadini e degli imprenditori: è questa la grande sfida dell’Italia nei prossimi anni.

Ripensare il rapporto tra Stato e cittadini: verso un nuovo patto civico?
Se da una parte la spesa pubblica italiana supera oggi il 50% del Pil, dall’altra gli investimenti statali ammontano solo al 4% del Pil.
Come Giovani Imprenditori, vogliamo batterci perché sia più alta la quota delle risorse pubbliche da destinare a investimenti, per uscire dalla “logica del galleggiamento” e garantire un futuro a chi verrà dopo di noi.
Rischia però di rimanere un anelito debole, una speranza che dura lo spazio di un convegno, finché l’evasione fiscale rimarrà il costume sociale più diffuso in Italia. Quando più di un quarto della ricchezza nazionale viene sottratta alle casse dello Stato - sostanzialmente il doppio degli altri Paesi europei - non vengono soltanto a mancare le risorse che servono a finanziare la costruzione delle infrastrutture, l’ampliamento degli organici delle forze dell’ordine, il miglioramento del sistema dell’education.
Viene infranto e tradito, in realtà, il patto che regge la convivenza di ogni comunità.
Dobbiamo mettere fine al circolo vizioso che si è impadronito del rapporto tra lo Stato italiano e i suoi cittadini: tasse troppo alte incoraggiano l’evasione fiscale e gonfiano la spesa pubblica, che a loro volta determinano l’aumento della pressione fiscale.
Se i proventi della lotta all’evasione vengono utilizzati per abbassare le tasse, se il sistema fiscale inizia a investire sulla produzione e sul lavoro, se il salto di qualità nella fornitura dei servizi primari da parte delle Pubbliche Amministrazioni diventa visibile, il rapporto Stato-cittadini può essere ricostruito su basi più solide e più lungimiranti.
Ma oggi questo terreno è soltanto fonte inesauribile di polemica politica. Siamo convinti, invece, che debba diventare un terreno di convergenza tra maggioranza e opposizione, di impegno bipartisan. Perché solo con questo spirito è possibile riscrivere le “regole” del rapporto tra Stato e cittadini, un nuovo patto civico che restituisca un senso profondo alla nostra comunità.

La Finanziaria 2008: un trend apprezzabile
Nella prima grande elaborazione della storia del pensiero occidentale - scolpita nella Repubblica di Platone - la politica era raffigurata come un timone che governa la nave.
Nell’ultimo decennio, il timone sembra aver perso parte della sua efficacia, nella guida di una nave chiamata ad affrontare mari mai solcati in precedenza. Si è progressivamente indebolita la capacità dello Stato di fare politica economica, a causa della straordinaria convergenza di due fenomeni nuovi: da una parte il “divorzio” tra una politica rimasta ancorata a livello nazionale e un’economia divenuta globale, dall’altra la convergenza vincolante dei bilanci pubblici europei verso i parametri di Maastricht, che ha ridotto la disponibilità di risorse pubbliche per investimenti.
In questa condizione nuova, in realtà, le scelte economiche fondamentali di un Governo assumono un rilievo strategico maggiore. Gli investimenti pubblici - necessariamente più selettivi - devono concentrarsi sulle misure con effetto-moltiplicatore più elevato, le politiche industriali vengono relegate a un ruolo più marginale, il rafforzamento della competitività del sistema-Paese diviene la prima missione di un Governo, immerso in un mercato che per la prima volta pone in concorrenza diretta economie, regole, uomini di ogni area del pianeta.
Accogliamo positivamente, dunque, il segnale derivante dal taglio dell’Irap e dell’Ires - a patto che l’allargamento della base imponibile non si traduca in un aumento del tax rate delle imprese - e dalla razionalizzazione del regime fiscale. Non è un “regalo” alle nostre aziende - come ripete la sinistra massimalista - ma lo strumento più efficace per restituire competitività, nell’interesse generale, al sistema-Italia, perché scongiura il rischio che la nostra economia sia spiazzata dalla concorrenza fiscale dei vicini europei.
Ci aspettiamo, però, che il timone sia tenuto fermo anche sul terreno del welfare. Il Protocollo firmato a luglio, già frutto di complesse mediazioni, deve essere approvato entro l’anno e non può essere più oggetto di ritocchi, emendamenti, ricatti. Sarebbe un pessimo segnale verso la credibilità del timoniere e della sua rotta.

Il dominio dell’insicurezza
Come Giovani Imprenditori, crediamo che esista un’altra grande questione - oltre a quella fiscale - che rischia di minare alle fondamenta in Italia sia la libertà economica, che il rapporto tra Stato e cittadini. È l’emergenza-criminalità: realtà e percezione si alimentano a vicenda, generando nuove paure e vecchie reazioni.
Oggi oltre il 30% degli italiani - il doppio della media europea - teme fortemente di poter essere vittima di un’azione criminosa. È una percezione cresciuta molto negli ultimi anni, soprattutto al Nord.
Alla forte sensazione di insicurezza si unisce il degrado della legalità in Italia, che deriva soprattutto dal triste spettacolo della miriade di piccole violazioni quotidiane della legge, cui siamo tutti costretti ad assistere ogni giorno nelle strade delle nostre città e dei nostri paesi.
Nasce così una sorta di “relativismo legale”, che minaccia fortemente la fiducia degli italiani nelle istituzioni e nelle regole che presiedono la convivenza civile.
L’intolleranza di oggi nasce dall’eccesso di tolleranza con cui è stato affrontato negli ultimi dieci anni il problema della sicurezza. Nasce dall’aver coltivato a lungo l’illusione che la microcriminalità sia un problema minore e che i successi delle forze di polizia in questo ambito siano molto meno esaltanti delle operazioni condotte contro la grande criminalità organizzata.
Oggi dobbiamo evitare che le paure si trasformino in razzismo, che l’equazione immigrazione=criminalità diventi un pregiudizio stabile nella visione dei cittadini italiani, che farsi giustizia da sé diventi la prima forma di tutela.
È necessario e urgente che lo Stato renda visibile la sua azione a tutela dei cittadini: con i suoi uomini e i suoi mezzi, con dichiarazioni nette e comportamenti coerenti. Ciò, paradossalmente, renderà più efficaci anche le azioni di solidarietà e le strategie che puntano sull’integrazione e sull’attrazione di immigrati di qualità.
Più uomini delle forze dell’ordine impiegati sul territorio, rafforzamento delle misure cautelari, previsione dell’arresto anche per i reati che prevedono pene inferiori a tre anni, creazione di una banca dati basata sul Dna di chi delinque: le misure del pacchetto-sicurezza - annunciate dal Ministro Amato - rappresentano una risposta seria, scevra da inutile demagogie e pericolose emotività, al bisogno di sicurezza degli italiani.
Auspichiamo che si traducano rapidamente in fatti concreti. La legalità va fatta rispettare a tutti i livelli: per difendere i diritti di tutti, ma ancor di più per combattere la paura e restituire agli italiani la piena libertà di vivere i loro territori.
Ma per realizzare la “tolleranza zero” nei confronti di ogni forma di illegalità, è altrettanto indispensabile rimettere in moto la macchina della giustizia italiana.

L’Italia leader di pace in Medio Oriente
Nella società aperta, peraltro, la sicurezza dei cittadini non può essere più considerata soltanto un “affare interno”. La globalizzazione dei flussi migratori, della criminalità e del terrorismo impone una visione radicalmente nuova, che lega in modo inscindibile attività di polizia entro i confini e ruolo internazionale.
Nell’era della Guerra Fredda, il Muro di Berlino offriva all’Italia una comoda rendita di posizione sullo scacchiere internazionale, perché dava al nostro Paese la possibilità di “consumare” la sicurezza prodotta dagli Stati Uniti e dalle potenze militari della Nato. Godendo dei benefici del Patto Atlantico, senza pagarne i costi.
Oggi l’Italia è chiamata a responsabilità nuove. Per garantire la sicurezza interna dobbiamo produrre la nostra quota di sicurezza internazionale: partecipando alle missioni internazionali, assumendo un ruolo attivo nella soluzione dei conflitti che lacerano il mondo.
La coraggiosa iniziativa internazionale dell’Italia - che ha promosso l’intervento delle Nazioni Unite in Libano, per assumere successivamente il comando militare della missione - ha proiettato il nostro Paese in questa nuova dimensione di garante della sicurezza internazionale, di attore protagonista delle attività di peacekeeping nelle aree più critiche del pianeta.
Siamo convinti che la posizione geografica, la storia di millenaria vicinanza ai Paesi del Mediterraneo, ancor più la credibilità acquisita a livello internazionale dall’Italia dovranno spingerci nei prossimi mesi a farci carico di una responsabilità ulteriore: assumere la leadership del processo di pace in Medio Oriente.

La crisi internazionale e l’eccezione italiana: occupazione e produttività, serbatoi di crescita
Crisi dei mutui subprime, impennata dei prezzi delle materie prime, tensioni geopolitiche: nel cielo dell’economia mondiale si stanno addensando nuove nubi, capaci di offuscare le luminosissime previsioni sulla crescita - mai così sostenuta - dell’economia mondiale.
Ma, stavolta, l’Italia potrebbe risentire della crisi in modo marginale. La tradizionale prudenza delle banche italiane ha ridotto fortemente la presenza nei loro portafogli di derivati ad alto rischio. E nonostante la forza dell’euro, le imprese italiane appaiono sempre più competitive sul mercato globale. Lo testimonia l’andamento delle esportazioni: nei primi sei mesi del 2007 l’export italiano è cresciuto a prezzi costanti dell’11,6%.
Non riusciamo, però, a dare slancio alla corsa dell’economia italiana, ad abbandonare l’ultimo vagone del treno europeo, per tornare a quota 3% di crescita del Pil. Ma a differenza di altre potenze economiche, abbiamo a disposizione due serbatoi di crescita potenziale - il tasso di occupazione e la produttività - che potrebbero alimentare la nostra capacità di sviluppo nel futuro prossimo.
Negli ultimi dieci anni, gli occupati in Italia sono aumentati di circa 3 milioni - più della Francia, quasi il doppio della Germania - in virtù della “liberalizzazione” del nostro mercato del lavoro, effetto delle riforme Treu e Biagi.
Tuttavia, abbiamo ancora davanti ampi spazi di crescita: il nostro tasso di occupazione - pari al 58,9% - è inferiore a quello francese e molto distante da quello tedesco, pari al 67%. E dal target del 70%, fissato dall’agenda di Lisbona, ci separano ben 4 milioni di occupati.
Far emergere il lavoro sommerso, modernizzare gli ammortizzatori sociali, incentivare le assunzioni potrebbe rivelarsi, dunque, una strategia molto redditizia per aumentare la ricchezza prodotta dall’Italia.
Negli ultimi anni è stato molto deludente, invece, l’andamento della produttività. In calo negli anni 2001-2005 - mentre cresceva in tutto il mondo avanzato - è aumentata di poco più dell’1% nel 2006, contro tassi compresi tra il 3 e il 6% in Germania, Francia e Spagna.
Nel Paese al mondo che discute di più di merito e lo pratica di meno, la produttività è oggi la “vittima sacrificale” di un intero sistema fondato non sull’eguaglianza delle opportunità ma sull’egualitarismo, sull’appiattimento delle differenze, sulla mortificazione dei talenti.
È questa, oggi, la questione centrale delle relazioni industriali. Moltiplicare la produttività dovrebbe diventare l’obiettivo comune di Confindustria e sindacati, imprenditori e lavoratori: dando maggior peso alla contrattazione di secondo livello, che consente di distribuire ricchezza laddove viene prodotta, e aumentando gli investimenti delle imprese nella formazione continua dei lavoratori, “compensandoli” però con una maggiore elasticità nel rapporto contrattuale.

Libertà economica e “diritti negati” nel Mezzogiorno
“Al Sud è più ampio il divario fra risorse disponibili e risultati conseguiti ed è più elevato il potenziale di crescita” secondo il Governatore della Banca d’Italia Draghi.
Ma perché è così bassa la “produttività” delle risorse economiche, dei talenti imprenditoriali, del capitale umano del Mezzogiorno? È possibile affermare che oggi esista, in queste Regioni, una piena libertà economica?
Probabilmente no. In molte aree del Sud è negata di fatto la libertà d’impresa, perché è negato il rispetto dei diritti più elementari.
Secondo stime recenti, gli esercizi commerciali che pagano il “pizzo” in Sicilia, Campania e Calabria oscillano tra il 50 e l’80%.
La qualità dei servizi pubblici locali è troppo spesso scadente, con situazioni paradossali come quella di Napoli: qui la tassa sui rifiuti costa dal 30 al 40% in più rispetto a città come Roma e Milano, e cosa ricevano in cambio i contribuenti è sotto gli occhi di tutti.
Ogni anno, 120.000 giovani meridionali lasciano il Sud: sono i più ambiziosi, i più dotati, i più promettenti. In grandissima parte non torneranno più. Il Sud si priva così delle sue energie migliori - dopo averle formate - e della speranza di coltivare una classe dirigente all’altezza delle tremende sfide che l’attendono.
Finché lo Stato non riuscirà a garantire nel Mezzogiorno la tutela dei diritti fondamentali, gli imprenditori di questa grande area d’Europa si sentiranno piccoli eroi di una grande battaglia. Gestendo l’emergenza, sognando la normalità.

La responsabilità e l’orgoglio della trasparenza
L’immagine utilizzata più spesso dai media internazionali per descrivere l’Italia dell’economia e della finanza è quella dello stagno. Tendenzialmente immobile - come l’economia di un Paese che cresce meno dei competitor europei - e poco trasparente, perché gravida di pericoli che nascono dall’incertezza del diritto, dalla forza della criminalità organizzata e da una presenza troppo intensa della politica e dei suoi protagonisti.
Negli ultimi anni, Confindustria ha restituito centralità all’impresa nel nostro Paese. Le priorità del programma di Luca Cordero di Montezemolo - competitività, concorrenza, innovazione, internazionalizzazione, merito - sono diventate i temi-chiave dell’agenda politica, dell’opinione pubblica, della società. Perché non rispondono soltanto a interessi di parte, ma intercettano i bisogni più profondi dell’Italia e degli italiani.
Tuttavia, secondo il più recente rapporto della Banca Mondiale, l’Italia mostra performance molto peggiori delle altre potenze europee nella lotta alla corruzione e nel rispetto delle leggi. Questa opacità mina alla radice le prospettive di crescita e la credibilità del nostro Paese, delle sue istituzioni e dei suoi mercati.
La trasparenza dei comportamenti e la definizione di regole chiare e rigorose dovrebbero essere, dunque, la prima risposta di un ceto dirigente che ama l’Italia e progetta il suo futuro. È una forma di responsabilità, peraltro, che sarebbe ingenuo addossare soltanto alla politica, perché è propria di tutti gli attori dello sviluppo, di tutti i decisori di un Paese.
Confindustria ha l’orgoglio di aver imboccato questo sentiero - molto prima e molto più intensamente di altri - fin dalla metà degli anni ’90. Nella bufera di Tangentopoli abbiamo avuto il coraggio di distinguere vicende e interessi privati dalla traiettoria collettiva del mondo imprenditoriale, di mostrare a un’Italia squassata dalle indagini giudiziarie e dalle campagne mediatiche una coerenza stringente tra dichiarazioni e comportamenti, predicando etica e praticando trasparenza.
Forti della credibilità conquistata in momenti così delicati per la vita del nostro Paese, oggi possiamo combattere - senza remora alcuna - battaglie decisive per il futuro della rappresentanza imprenditoriale e dell’Italia.
Possiamo proteggere l’autonomia della nostra Organizzazione dalle “invasioni di campo” dei partiti, così come possiamo difendere le nostre Associazioni dai tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata.
E, infine, possiamo pretendere dalla politica che assuma lo stesso impegno alla trasparenza dei comportamenti e delle azioni. Perché - come dicevamo due anni fa a Santa Margherita Ligure - per essere credibili non possiamo limitarci a chiedere, ma dobbiamo avere il coraggio di dare l’esempio da seguire.

L’Italia dell’antipolitica e la forza delle istituzioni
Deve farci paura un Paese che rifiuta la politica “a prescindere”. Un Paese che affida l’interpretazione della realtà e la speranza nel futuro a demagoghi capaci soltanto di additare alle folle presunti nemici del popolo, esibendo una moralità così facile da sembrare di plastica.
Un Paese nel quale millenni di democrazia possono essere cancellati dalla credibilità di uno show comico, dall’autorevolezza d’una sequenza di insulti, non è il nostro Paese.
Come ha lucidamente ammonito il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, “la Politica non può essere una passerella”.
Siamo profondamente convinti che - più degli uomini - contino le istituzioni. E non può esserci predicatore, comico o velina che possano sostituire il ruolo fondante degli organismi, delle regole, delle sedi proprie in cui si definisce e si persegue l’interesse della collettività.
È molto forte, tra gli italiani, l’attesa per una rigenerazione della politica italiana. Ma il senso civico che non c’è più, i valori e l’identità di una comunità che sembra affondare nell’individualismo non si possono ricostruire tentando di distruggere tutto e tutti.

Dal “supermercato della politica” ai partiti del Tremila
L’Italia è l’unico grande Paese d’Europa in cui i cittadini non hanno la possibilità di scegliere tra due grandi partiti, tra due visioni omogenee e coerenti dello sviluppo economico, della società, del futuro.
In Germania, in Gran Bretagna, in Francia, in Spagna conservatori e progressisti, moderati e riformisti sono organizzati in due grandi contenitori politici, la cui somma supera il 50% del totale dei voti: la loro presenza assicura stabilità e credibilità all’azione politica, liberandola dall’estenuante ricatto dei veti incrociati, delle mediazioni al ribasso, delle crisi permanenti.
Dopo quindici anni di battaglie referendarie, di riforme elettorali, di discussioni pubbliche e di approfondimenti tecnici sulla legge elettorale ideale e su quella realizzabile, l’Italia è costretta a subire ogni giorno un “supermercato” della politica, capace di offrire 25 partiti presenti in Parlamento e 42 partiti che attingono al finanziamento pubblico.
È una sorta di damnatio in aeterno all’inefficienza, all’inefficacia, alla lentezza dell’azione politica - causata da regole elettorali profondamente sbagliate e dalla cultura di molti partiti minori - che riduce la ragion d’essere politica alla sopravvivenza e alla visibilità a ogni costo.
Come Giovani Imprenditori, abbiamo scelto di impegnarci su questo fronte da almeno vent’anni: sostenendo battaglie difficili e coraggiose, portando la nostra carica d’innovazione nella società, rompendo il muro dell’indifferenza del privato verso il pubblico, nella convinzione che la via dello sviluppo dell’Italia passi per la modernizzazione delle sue istituzioni e delle regole della rappresentanza.
Le culture politiche del Novecento, inoltre, hanno esaurito la loro spinta propulsiva. Continuare a interpretare le scelte necessarie nel Duemila con le vetuste chiavi del comunismo e del fascismo vuol dire chiudere gli occhi di fronte alla rivoluzione industriale, tecnologica, demografica di un mondo che si è lasciato definitivamente alle spalle le ideologie della Guerra Fredda.
Negli ultimi mesi assistiamo a segnali incoraggianti di innovazione politica. Se il Partito Democratico nascerà con gli occhi rivolti verso il futuro, segnerà un punto di svolta perché costituirà la prima risposta della politica italiana alle sfide del Duemila. Guardiamo con la stessa fiducia verso il centrodestra, perché abbiano successo gli sforzi dei suoi principali leader nella costruzione di un partito unico delle libertà.
Negli ultimi quindici anni, tuttavia, gli italiani hanno dovuto assistere impotenti alla lenta e continua degenerazione dei rapporti tra maggioranza e opposizione, sul filo di una strisciante delegittimazione reciproca. Spesso, troppo spesso hanno prevalso gli estremismi, gli ideologismi, gli stereotipi della contrapposizione fine a se stessa.
Oggi è necessario praticare valori diversi. La legittimazione, il rispetto reciproco, la collaborazione sui temi di “straordinaria amministrazione” dello Stato non è solo una scelta politica. È l’unica via per far prevalere l’interesse generale sugli interessi di parte.
Come Giovani Imprenditori, continueremo a cercare - in un Paese stanco dei toni da guerra civile - ciò che unisce, più che ciò che divide. Perché non perderemo mai la capacità di credere in ciò che ancora non si vede.




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