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QUALEIMPRESA
 CAPRI 2007
Proponiamo la sfida del cambiamento
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“La storia insegna che ci si batte sempre per qualcosa che non si ha e di cui si sente il bisogno. Noi vogliamo un Paese moderno, aperto al mercato, efficiente e solidale. Un Paese che sappia liberare le energie e i talenti di cui è ricco per riprendere davvero a crescere nell’interesse di tutti”.
di Luca Cordero di Montezemolo Presidente Confindustria
Ho sempre considerato ogni incontro con voi, Giovani Imprenditrici e Giovani Imprenditori, un’occasione piacevole ma impegnativa. Voi siete il futuro e siete chiamati, più di tutti, a guardare avanti e a costruire oggi il destino di domani. Voglio ringraziare Matteo Colaninno per aver sempre scelto temi che vanno oltre il contingente e iniziare questo intervento chiedendovi un applauso per alcuni nostri colleghi, quegli imprenditori siciliani coraggiosi che hanno scelto di essere in prima linea a difendere i principi che regolano la convivenza civile. Principi che talvolta lo Stato dimentica di far rispettare. Basta con i pietismi ipocriti e la tolleranza verso le illegalità che colpiscono prima di tutto i più deboli. La ragion d’essere di uno Stato consiste in primo luogo nel garantire la sicurezza dei cittadini. C’è il problema delle risorse? Troviamole, smantellando e mettendo sul mercato le 3.211 società a controllo pubblico che sono proliferate negli ultimi anni, con i Governi di centro destra e con i Governi di centro sinistra. E cancelliamo quei Consigli di Amministrazione pletorici che sono diventati discariche per politici “trombati”. Vogliamo uno Stato che torni a essere forte e autorevole nelle grandi attività che gli competono e che lasci ai privati gli spazi che devono poter avere nell’economia e nella società. L’Italia, nonostante qualche progresso recente, continua a essere in fondo alle graduatorie che valutano le condizioni del fare impresa. Senza semplificare la burocrazia, senza moderne infrastrutture, senza ridurre i tempi di risposta della Pubblica Amministrazione e i tempi della giustizia, a cominciare da quella civile, l’Italia continuerà a rimanere un Paese non competitivo. Quando ragioniamo sui problemi di fondo del Paese, dobbiamo sempre pensare prima da cittadini e poi da imprenditori del bene comune. È questo che ci legittima come classe dirigente. Questo, oggi, significa rispondere a quella sorta di sfiducia collettiva che sembra essere ormai diventata senso comune. Non è vero che oggi tutto il Paese, nel suo insieme, è ugualmente colpevole, incapace e arretrato. È vero il contrario: l’Italia dispone di risorse eccezionali in tutti i settori della società, nel pubblico come nel privato. Risorse, passioni e capacità che possono emergere se esiste una prospettiva condivisa. Si tratta di ritrovare il coraggio delle decisioni. Noi imprenditori stiamo uscendo a testa alta da anni davvero difficili. Molto rimane ancora da fare ma è certo che, oggi, una parte importante della società italiana vive in un sistema aperto e competitivo. Operai, impiegati, imprenditori e manager sanno di potersi confrontare con successo con le sfide che ci attendono. Dobbiamo adesso liberare l’altra metà della nostra società. E insistiamo sulla necessità di ridurre la spesa pubblica, di riqualificarla e di avviare quel circuito virtuoso “meno tasse, meno spesa, più investimenti”. Noi non ci stancheremo mai di sottolineare che l’evasione è concorrenza sleale, è un furto ai danni dell’intera comunità. L’aumento della pressione fiscale, però, non può continuare senza limiti. Per questo, abbiamo detto che si deve restituire il ricavato della lotta all’evasione alle imprese e ai cittadini onesti. Il Governo ha cominciato a farlo. Bisogna rafforzare questa tendenza e si deve pensare a un alleggerimento del carico fiscale sugli operai e sugli impiegati che lavorano nelle aziende. Ma non c’è solo il peso del fisco. L’assenza di concorrenza e di mercato in molti settori sottrae potere d’acquisto alle famiglie. Appare sempre più chiaro che il libero mercato è a favore dei più deboli. Non sarà mai possibile, però, ridurre credibilmente e durevolmente la pressione fiscale finché non si porrà freno alla spesa pubblica. Si tratta di sfide importanti, che richiedono una politica forte, capace di decidere e di recuperare il senso dell’interesse collettivo. È quello che chiediamo, con fermezza e ostinazione, alla politica italiana. E questo, palpabilmente, sembra infastidire un “Palazzo” che appare molto lontano dai problemi dei cittadini. E mentre la politica si ripiega sulle proprie logiche il livello dell’amministrazione si deteriora. Gli imprenditori italiani intendono continuare a tenere un faro acceso sugli sprechi, le prebende, le sinecure auto-attribuite così come sulla mole, ben più consistente, delle spese pubbliche improduttive. Senza gogne pubbliche, che non ci appartengono, ma con la forza di chi esercita, prima ancora che un diritto, un dovere democratico. Il Paese ha bisogno di una politica alta, che faccia entrare folate di aria fresca nelle stanze del Palazzo, e soprattutto che non si chiuda a riccio. Così forse riusciremo a cambiare un sistema elettorale che non funziona, che tutti i partiti a parole trovano sbagliato, e soprattutto che non piace ai cittadini. La riforma elettorale è la pietra angolare per una nuova stagione della nostra politica. Deve avere tre obiettivi prioritari: consentire agli elettori di scegliere gli eletti, diminuire il numero dei partiti, garantire la governabilità senza piegare le maggioranze ai ricatti delle ali estreme. Abbiamo sempre sostenuto, e continuiamo a sostenere, la bontà del sistema francese, maggioritario e a doppio turno. Ma se non c’è consenso su questo modello guardiamo ad altri che funzionano, a cominciare da quello tedesco. Evitiamo una nuova legge elettorale all’amatriciana. Occorre anche una reale differenziazione tra le funzioni delle due Camere, per superare il bicameralismo cosiddetto perfetto che conosciamo. Così come è indispensabile rafforzare i poteri del premier per accrescerne responsabilità e affidabilità in Parlamento e nel Paese. E soprattutto una grande riforma della macchina dello Stato che consenta a chi vince le elezioni di decidere e di governare davvero. Tagli di spesa e semplificazione possono andare di pari passo: a cominciare, magari, dall’abolizione immediata di molte province. Vorrei dire con chiarezza che nel porre questi problemi non stiamo facendo uno sconfinamento di campo né ci occupiamo di questioni lontane dalla vita delle imprese. Un sistema istituzionale che funziona consente tempi rapidi per decidere e scelte basate non solo sul consenso di breve periodo. Nella scorsa legislatura, ad esempio, per le spinte contrastanti presenti nella coalizione di Governo non riuscimmo a ottenere una riduzione dell’IRAP, provvedimento peraltro più volte annunciato. Nella finanziaria presentata in questi giorni in Parlamento sono inseriti provvedimenti che vanno nella giusta direzione, come la riduzione delle aliquote dell’IRES e dell’IRAP, compensate da un allargamento della base imponibile. Ma i veti della sinistra radicale hanno impedito qualsiasi taglio della spesa pubblica improduttiva che frena la crescita. Parliamo di quella stessa sinistra radicale che cerca di boicottare in tutti modi il protocollo sul welfare scritto e firmato dal Capo del Governo di cui essa stessa fa parte! Quel protocollo è per noi immodificabile. I contenuti del protocollo devono poi rappresentare il punto di partenza di un negoziato per rendere più moderne le relazioni industriali. Un confronto che, per noi, deve avere un obiettivo semplice e chiaro: avere la possibilità di pagare di più chi lavora di più. Il Paese non può più permettersi di rimanere ostaggio della demagogia. E su questo tema, così come sul ruolo centrale dell’impresa in una società moderna, vorremmo sentire parole chiare almeno dalle forze più responsabili dei due schieramenti. Cari colleghi imprenditori, ma soprattutto voi Giovani che siete già classe dirigente, non cedete al pessimismo. Dobbiamo combattere la sfiducia e la rassegnazione e proporre al Paese la sfida del cambiamento. La storia insegna che ci si batte sempre per qualcosa che non si ha e di cui si sente il bisogno. Noi vogliamo un Paese moderno, aperto al mercato, efficiente e solidale. Un Paese che sappia liberare le energie e i talenti di cui è ricco per riprendere davvero a crescere nell’interesse di tutti.
(Sintesi dell’intervento)
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