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Il digital divide aggrava le disuguaglianze sociali


venerdì 05 febbraio 2016


I vantaggi della rivoluzione digitale in atto non sono equamente distribuiti: lo scrive la Banca Mondiale in un rapporto uscito qualche giorno fa che si chiama Digital Dividends.

Solo in Italia il costo del digital divide si aggira intorno ai 60 miliardi di euro l’anno: ne ha parlato il Presidente Gay in occasione del Future Forum il 4 febbraio a Udine.

Quella descritta dalla Banca Mondiale è una discriminazione nell’accesso alle opportunità della rete su diversi livelli:

1. discriminazione geografica: quasi il 60% della popolazione mondiale è ancora offline e non può partecipare all’economia digitale;

2. discriminazioni di genere: nel Sud Est asiatico, ad esempio, il numero di donne dotate di cellulare è nettamente inferiore a quello degli uomini;

3. discriminazione generazionale: sono 1 milione i lavoratori autonomi italiani che ci regalano - per una volta - un primato positivo in Europa come tasso di imprenditoria giovanile. Ma questi giovani devono partire per trovare lavoro in Paesi che offrono più opportunità legate all’economia della conoscenza. Paesi capaci di apprezzare così tanto i nuovi sviluppatori italiani da trovarsi l’headquarter di Cupertino pieno di giovani “Made in Italy”, tanto da aprire un campus a Napoli.

4. discriminazione fra aziende: il bello dell’e-commerce, ad esempio, è che anche le imprese più piccole possono commercializzare i prodotti senza dover sottostare alle grandi catene di distribuzione.
L’Italia che non ha retailer – perché WalMart e Carrefour non sono marchi italiani – e che invece avrebbe un grande Made in Italy alimentare da esportare, ha perso per il momento la partita perché – dati Istat - solo il 30% ha un sito internet che è più di semplice una vetrina con un listino prezzi e solo l’8% vende con e-commerce.

Superare il digital divide e portare la banda larga in tutta Italia non è un’impresa impossibile, ma è necessario agire in fretta.
Servono le infrastrutture e gli investimenti da parte dello Stato, serve un piano di politica industriale che collochi queste scelte in un quadro più ampio di sviluppo per l’Italia.
Per recuperare competitività, per definire i driver di sviluppo e gli investimenti per i prossimi dieci anni, per capire che mestiere faremo e in che mercati ci posizioneremo come imprenditori e come Sistema Paese.